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Cristo si è fermato a Eboli

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Cristo si è fermato a EboliTITOLO: Cristo si è fermato a Eboli
AUTORE: Carlo Levi
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 242
GENERE: Romanzo

STORIA: Pubblicato nel 1945, subito dopo la Liberazione, Cristo si è fermato a Eboli incontrò l’immediato favore del pubblico e della critica, che videro in esso il primo libro di rottura del dopoguerra, la prima voce autentica di un rinnovato impegno civile e morale. La vicenda è autobiografica: Levi, confinato durante il fascismo in un piccolo paese della Lucania, viene a contatto con la miseria profonda di quella parte oscura e dolente d’Italia rimasta sepolta per millenni sotto il peso dell’ingiustizia sociale e dell’indifferenza politica. È l’Italia dei contadini del Mezzogiorno, di una popolazione che vive ai margini della storia e per la quale lo stesso messaggio di Cristo sembra ancora di là da venire. Nasce cosi, dal rapporto continuo e vibrante tra il mondo interiore dell’artista e il mondo paziente e antichissimo di quella gente primitiva, un racconto che è come un viaggio al principio del tempo, alla scoperta di una diversa civiltà. Ma il successo duraturo del Cristo negli anni, in Italia e all’estero, al di là dei particolari linguaggi, dei singoli problemi, delle differenti tradizioni letterarie, si spiega solo con il modo e la qualità del rapporto che Levi ha saputo creare con quella “diversa civiltà”: un rapporto d’amore, di poesia, di totale identificazione. Per questo Cristo si è fermato a Eboli è un’opera che tutti possono intendere nel modo più semplice e diretto, è un libro che ha per tutti un valore “rinnovatore e creativo di esistenza”.

LETTURA:

“Mi rimasero i libri, le medicine e i consigli, e mi servirono subito. A parte i contagi, anche le malattie più disparate ed estranee vanno a gruppi. In certe settimane non ci sono malati o soltanto di cose leggere: ma quando si trova un caso grave, si può essere certi che presto se ne presenteranno degli altri. Uno di questi periodi infatti, il primo dopo Il mio arrivo, capitò subito dopo la partenza di mia sorella: una serie di casi difficili e pericolosi, che mi facevano paura. Tutte le malattie quaggiù, del resto, prendono sempre un aspetto eccessivo e mortale, ben diverso da quello che ero abituato a vedere nei lettini ben ordinati della Clinica Medica Universitaria di Torino. Sarà lo stato di anemia cronica dei vecchi malarici, sarà la denutrizione, sarà la scarsa reazione al male di questi uomini passivi e rassegnati: certo si vedono, fin dal primo giorno di malattia accavallarsi tumultuosamente i sintomi più disparati, i visi dei sofferenti assumere l’aspetto angosciato dell’agonia. E io passavo di meraviglia in meraviglia, vedendo questi malati, che qualunque buon medico avrebbe giudicato perduti, migliorare e guarire con le cure più elementari. Pareva che mi aiutasse una strana fortuna. Visitai in quei giorni anche l’Arciprete. Aveva delle emorragie intestinali, ma, nella sua misantropia, non ne parlava, e continuava a passeggiare per il paese, senza curarsi. Fu don Cosimino, l’angelo della Posta, il solo confidente del vecchio che passava delle ore nell’ufficio postale e gli recitava i suoi epigrammi, a pregarmi di andarlo a trovare come per una visita di cortesia, e di vedere intanto se potevo far qualcosa per lui. Don Trajella abitava con la madre in uno stanzone, una specie di spelonca, in un vicoletto buio non lontano dalla chiesa. Quando entrai da lui lo trovai che stava mangiando con la madre: avevano, in due, un solo piatto e un solo bicchiere. Il piatto era pieno di fagioli mal cotti, che erano tutto Il desinare: madre e figlio, in quell’angolo di tavola senza tovaglia, ci pescavano a turno con vecchie forchette di stagno. Nel fondo della spelonca, separati da una tenda verde sbrindellata, c’erano due lettini gemelli, quello di don Giuseppe e quello della vecchia, non ancora rifatti. Contro il muro giaceva in terra in disordine un gran mucchio di libri: sul mucchio stavano posate delle galline. Altre galline correvano e svolazzavano qua e là per la stanza, che da chissà quanto tempo non era stata spazzata: un tanfo di pollaio prendeva alla gola. L’Arciprete, che mi aveva in simpatia e mi considerava, con don Cosimino, tra le poche persone con cui si poteva parlare perché non erano suoi nemici, mi accolse con piacere, con un Sorriso sul viso arguto e sofferente. Mi presentò sua madre; la scusassi se non mi rispondeva: era “vetula et infirma”. E mi offerse subito un bicchiere di vino, che dovetti accettare, per non offenderlo, in quel suo unico bicchiere che doveva aver servito per anni, senza essere mai stato lavato, a lui e alla vecchia”.