I viaggi di Gulliver
TITOLO: I viaggi di Gulliver
AUTORE: Jonathan Swift
EDITORE: Newton Compton
PAGINE: 256
GENERE: Romanzo
STORIA: I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift è un capolavoro della letteratura mondiale, un romanzo che coniuga fantasia e satira. Il Dottor Gulliver, chirurgo e marinaio scrive il libro come fosse un diario e riporta quanto gli accade in occasione di quattro stranissimi viaggi. In ognuno di essi il protagonista incontra dei personaggi bizzarri, caratterizzati dalle minuscole od enormi dimensioni, ovvero dalla loro natura animale. Un libro spassosissimo che Giano consiglia assolutamente di leggere.
LETTURA:
“Quando quel popolo si accorse che mi ero calmato, smise di dardeggiarmi; ma, dal rumore che udivo, mi accorsi che la folla aumentava sempre più, e, a circa quattro iarde da me, in direzione del mio orecchio destro, udii per più d’un’ora un martellio come di gente che lavora. Quando volsi la testa, per quanto me lo permettevano gli spaghi e i cavicchi, vidi un palco alto circa un piede e mezzo da terra, capace di contenere quattro di quegli abitanti e fornito di due o tre scale per montarvi: di lì uno di loro, che sembrava essere un alto personaggio, mi rivolse una lunga allocuzione di cui non capii una sillaba. Dimenticavo di dire che quella personalità, prima di iniziare la sua orazione, aveva gridato tre volte: «Langro dehul san! » (queste parole e le precedenti mi furono poi ripetute e spiegate).Subito una cinquantina circa di quei nativi si erano avvicinati e avevan tagliato gli spaghi che mi legavano il lato sinistro della testa, dandomi così la libertà di volgermi verso destra e di osservare l’aspetto e i gesti di quello che doveva parlare. Mi parve di mezza età e un poco più alto degli altri tre che gli facevano scorta, uno dei quali era un paggio alto poco più del mio dito medio, che gli teneva lo strascico, e gli altri due gli stavano a fianco come scorta. Egli sostenne compiutamente la sua parte di oratore, ed io potei notare nel suo discorso vari passaggi densi di minaccia e altri in cui si alternavano la promessa, la pietà e la benevolenza. Risposi in poche parole col tono più umile e sottomesso che potei, alzando la sinistra e gli occhi al cielo come per chiamarlo a testimone; e, quasi sfinito dalla fame non avendo buttato giù un boccone fin da molte ore prima di abbandonar la nave, sentii così urgenti su di me le richieste della natura da non poter fare a meno di mostrare la mia impazienza (forse contro le strette regole della civiltà) portando più volte le dita alla bocca per far capire che avevo bisogno di cibo.
Lo Hurgo (così, come appresi più tardi, essi chiamano un gran signore) mi capì benissimo. Scese dal palco e comandò che mi si appoggiassero ai fianchi parecchie scale sulle quali si arrampicarono circa un centinaio di quegli abitanti, i quali si misero poi in cammino verso la mia bocca, carichi di panieri pieni di cibo raccolto e mandato là per ordine del Re, non appena egli aveva avuto notizia del mio arrivo”.