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La marcia di Radetzky

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la marcia di RadetzkyTITOLO: La marcia di Radetzky
AUTORE: Joseph Roth
EDITORE: Adelphi
PAGINE: 424
GENERE: Romanzo

STORIA: Un giorno d’estate dell’anno 1859, sul campo di battaglia di Solferino, il giovane tenente Trotta, con un impulsivo gesto di coraggio, salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe. Da quel momento il destino di Trotta e dei suoi discendenti muta per sempre. Nobilitato e prigioniero della dignità conferitagli dalla grazia imperiale, 1′« eroe di Solferino », citato in tutti i libri di scuola dell’impero, dovrà d’ora innanzi misurarsi con la statura che il suo gesto impulsivo gli ha attribuito. A quella statura, impari al personaggio, si rifaranno il figlio e il nipote per attingervi la forza necessaria alla loro missione di sudditi dell’imperatore. Una forza che si depaupera via via che l’impero si decompone precipitando verso la dissoluzione finale, una forza che già mancava nell’avo, immesso suo malgrado nella Storia. Così, in un reciproco rispecchiamento di destino individuale e sviluppo storico, si giunge all’estinzione della casata dei Trotta e dell’imperial-regio Stato asburgico. Epopea di una gerarchia e di una tradizione che denunciano la propria fine, La marcia di Radetzky, pubblicata nel 1932, è la sintesi delle contraddizioni di un ordine e di una stabilità che solo dopo il crollo poterono essere composte nel mito.

LETTURA:

“Giunse l’inverno. La mattina, quando il reggimento Usciva di caserma, il mondo era ancora buio. Sotto gli zoccoli dei cavalli si schiantava il velo di ghiaccio che copriva le strade. Un alito grigio si sprigionava dalle narici delle bestie e dalle bocche degli uomini. Lo scialbo fiato del gelo gocciolava sui foderi delle sciabole e sulle canne dei moschetti. La cittadina rimpiccoliva ancora di più. Gli aerei e freddi squilli delle trombe non richiamavano nessuno dei soliti spettatori sui marciapiedi. Soltanto i vetturini dell’antico posteggio alzavano ogni mattino la faccia barbuta. Essi guidavano non carrozze ma slitte, da quando era caduta una grossa nevicata. I campanelli appesi ai loro cavalli tintinnavano dolcemente, mossi senza fine dall’inquietudine delle bestie freddolose. I giorni si somigliavano come fiocchi di neve. Gli ufficiali del reggimento degli ulani attendevano qualche avvenimento straordinario, che interrompesse la monotonia della loro vita. Nessuno, a dire il vero, sapeva quale specie d’avvenimento sarebbe stato. Quell’inverno, però, parve celare nel suo grembo sonoro una tremenda sorpresa. E un giorno essa si sprigionò, come un lampo rosso dalla neve bianca …

Quel giorno il maestro d’equitazione Taittinger non stette seduto da solo, come sempre, dietro la grande vetrata d’ingresso della pasticceria. Fin dal primo pomeriggio egli stava, circondato dai più giovani camerati, nella retrobottega. Egli pareva agli ufficiali più pallido e magro del solito. Del resto tutti erano pallidissimi. Per quanto bevessero molti liquori, i loro volti non s’arrossavano. Essi non mangiavano. Soltanto dinanzi al maestro d’equitazione s’ergeva come sempre una montagna di dolciumi. Anzi, quel giorno forse ne mangiò ancor più di quanto solesse, poiché il dolore lo rodeva internamente ed aveva il dovere di mantenersi in vita. E mentre con le dita sottili si metteva in bocca una pasta dietro l’altra, ripeteva per la quinta volta la solita storia ai suoi uditori instancabilmente curiosi:

«Si sa bene, signori miei, che l’essenziale è il massimo della discrezione di fronte alla popolazione civile. Quand’ero ancora al nono dragoni, c’era un tal chiacchierone, naturalmente della riserva (questo sia detto per incidenza), che divulgo la storia. E così, quando il povero barone Leidl fu sepolto, tutta la città già sapeva perché era morto così all’improvviso. Io spero, signori miei, che questa volta s’avrà », egli voleva dire una « sepoltura », ma si fermò per cercare la parola, guardando Il soffitto, mentre un gran silenzio ronzava intorno alla sua testa e a quelle degli uditori. Finalmente la trovò e disse: «Spero che questa volta potremo vantare un contegno più discreto »”.