Giano

La strada

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La strada

TITOLO: La strada
AUTORE: Jack London
EDITORE: Einaudi
PAGINE: 208
GENERE: Romanzo

STORIA: Questo volume contiene la raccolta di racconti autobiografici in cui l’Autore racconta gli anni della sua gioventù trascorsa percorrendo gli USA a bordo dei vagoni merci come passeggero clandestino. Nei racconti viene descritta una varia umanità di diseredati di ogni risma , accomunati da nomadismo e perenne precarietà. I personaggi sono visti però in chiave positiva, come persone impegnate nel continuo confronto con sé stessi.

LETTURA:

“Sgobbai per due giorni nel cortile della prigione. Era lavoro duro e, nonostante il fatto che marcassi visita alla minima occasione, non ce la facevo più. La ragione stava nel cibo. Nessuno sarebbe in grado di lavorar sodo mangiando in quel modo. Pane ed acqua era tutto ciò che ci davano. Avremmo dovuto ricevere della carne una volta alla settimana, ma questa carne non la si vedeva sempre, e visto che veniva privata di ogni sostanza nutritiva bollendola per fare la minestra, non aveva molta importanza se ne sentivamo il gusto una volta alla settimana, o no.Per di più, c’era un difetto fondamentale nel regime a pane ed acqua. Mentre ci davano un sacco d’acqua, non ci davano abbastanza pane. Una razione di pane era della grossezza di circa due pugni, e ad ogni detenuto ne venivano date tre razioni al giorno. Ma l’acqua, bisogna ammetterlo, aveva una qualità – era calda. Al mattino la chiamavano « caffè »,a mezzogiorno assurgeva al rango di « minestra », e alla sera si camuffava da « tè ». Ma era sempre la stessa acqua precisa. I detenuti la chiamavano « acqua stregata ». Al mattino era un’acqua nera, e il colore era ottenuto bollendola con delle croste di pane bruciate. A mezzogiorno veniva servito con il colore in meno, e col sale ed una goccia d’olio in più. Alla sera veniva servita con una tinta purpureo-castana che sfidava ogni illazione; come tè era una schifezza, ma come acqua calda era una cannonata.

Eravamo un branco d’affamati nell’Erie County Pen. Solo quelli che scontavano lunghe pene sapevano cosa fosse avere abbastanza da mangiare. La ragione era che altrimenti, con le razioni che ricevevamo noi, dopo un po’ sarebbero morti. Che i detenuti con pene più lunghe mangiassero cibo più sostanzioso lo so perché al pianterreno della nostra hall c’era un’intera fila di celle che li ospitava ed io, quando facevo il fiduciario, avevo l’abitudine di portar via loro roba da mangiare mentre li servivo. Non si può vivere di solo pane, e oltre tutto poco.
Il mio compare mantenne la parola. Dopo aver lavorato due giorni in cortile, fui fatto uscire di cella e nominato fiduciario, « hall-man ». Alla mattina e alla sera servivamo il pane ai detenuti nelle loro celle; ma a mezzogiorno si usava un metodo diverso. I detenuti rientravano dal lavoro marciando in lunga fila indiana. Varcata la porta della hall, rompevano il lock-step, tirando giù le mani dalle spalle dei compagni davanti. Proprio accanto alla porta c’era una pila di vassoi di pane, e qui stava pure il Primo Hall-man insieme a due semplici hall-men lo ero uno dei due. Nostro compito era tenere in mano i vassoi di pane mentre la fila dei detenuti ci scorreva accanto. Appena il vassoio, per esempio, che tenevo io era vuoto, l’altro hall-man prendeva il mio posto con un vassoio pieno. E quando era vuoto il suo, lo rimpiazzavo io con un vassoio pieno. Così la fila procedeva senza interruzioni, con ciascun uomo che allungava la mano destra per prendere una razione di pane dal vassoio tesogli.

Il compito del Primo Hall-man era diverso. Lui usava una mazza. Stava accanto al vassoio ad osservare. I disgraziati che avevano fame non riuscivano a togliersi dalla testa l’illusione che una volta o l’altra ce l’avrebbero fatta a prendere due razioni di pane dal vassoio. Ma, per quanto ho potuto vedere io, ciò non avvenne mai. La mazza del Primo Halllman si abbatteva fulmineamente – rapida come una zampata di tigre – sulla mano che nutriva tali ambizioni. Il Primo Hall-man sapeva misurare bene le distanze, ed aveva fracassato tante mani con quella mazza fino a diventare infallibile. Non sbagliava mai un colpo, e puniva di regola il trasgressore togliendogli la razione ed inviandolo in cella a consumare un pasto a base d’acqua calda.

E a volte, mentre tutti questi uomini se ne stavano in cella affamati, ho visto un centinaio di razioni extra di pane nascoste nelle celle degli hall-man. Parrebbe assurdo da parte nostra il mettere da parte questo pane. Ma era uno dei nostri modi di accaparrarci bottino. Eravamo noi i padroni dell’economia all’interno della nostra hall, e gli imbrogli che facevamo erano del tutto simili a quelli dei padroni dell’economia della società civile. Eravamo noi a controllare il vettovagliamento della popolazione, e, esattamente come i banditi nostri fratelli che stanno di fuori, glielo facevamo pagare salatissimo”.