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In casi di eccezionale gravità è difficile non sentirsi responsabili per ciò che avviene nella propria comunità, non avvertirne il senso, per quanto si tenti di sottrarsene, come avviene al protagonista de “La casa in collina” di Pavese. Casi come questi caricano però ancor più il peso dell’esser responsabili e richiedono una dose di coraggio e abnegazione non indifferente, che non tutti sarebbero in grado di portare e che proprio per questo fanno assurgere a figure emblematiche quanti non rifuggono il fardello: emblema contemporaneo di tutto ciò puo’ ben dirsi Roberto Saviano con il suo best-seller “Gomorra”. E certamente è difficile non pensare al sommo simbolo della responsabilità, se non altro per l’ampiezza della comunità cui si rivolge, coincidente con l’intero genere umano al di là dei tempi e degli spazi, ovvero Gesù Cristo.

La casa in collina

La Casa in collina

Abbiamo scelto questo splendido romanzo di Cesare Pavese perché a nostro avviso si presta a una chiave di lettura in accordo con il nostro tema: ovvero, un cammino verso il senso di responsabilità nei confronti dei membri della propria comunità. Corrado, protagonista e maschera dell’autore, è un quarantenne professore di scienze che narra in prima persona le memorie di una guerra ancora in atto nel tempo in cui egli scrive, il secondo conflitto mondiale, in  particolare il drammatico periodo che incuba e segue alla celebre data dell’ 8 settembre 1943. La sua storia, come egli stesso afferma all’inizio del romanzo, è la storia di una “lunga illusione”, quella di poter vivere in un isolamento semicompleto dagli altri, di poter non prendere parte, neppure emotivamente, ai drammatici eventi che una guerra porta con sé, alle mortali ferite che essa infligge alle comunità coinvolte, che la guerra possa esser vissuta come l’occasione in fondo attesa per decidersi finalmente a star da soli, lontano da tutto e da tutti senza che le loro sorti possano minimamente toccare: “non avevo tristezze, sapevo che nella notte la città poteva andare tutta in fiamme  e la gente morire. I burroni, le ville e i sentieri si sarebbero svegliati al mattino calmi e uguali”. In questo la “casa in collina”, quel luogo isolato e sperduto nella boscaglia, che già solo topograficamente dà il senso della lontananza, del distacco, dell’indifferenza alle sorti della comunità e dei luoghi che fanno corpo con essa, per poter finalmente vivere ripiegati su sé stessi, sulle proprie memorie, sui propri rancori.

Da questo punto di vista – quello della “lunga illusione” – la guerra par quasi una benedizione, una salvezza, in quanto, per dirla con le parole del protagonista, “mi tolse soltanto l’estremo scrupolo di starmene solo, di mangiarmi da solo gli anni e il cuore” sì che “quella specie di sordo rancore in cui s’era conclusa la mio gioventù, trovò con la guerra una tana e un orizzonte”.

E bisogna aspettare le pagine finali del libro per veder riconosciuta come tale e quindi destituita di senso questa illusione. Perché né i compagni adolescenziali morti in battaglia (Gallo), né gli amici della collina e l’amante ritrovata (Cate) deportati, né il piccolo figlio di questa (Dino, diminutivo di Corrado, testimonianza vivente dell’amore della sua amante giovanile) datosi verosimilmente alla macchia con la bande partigiane, riusciranno, con il loro fresco e doloroso ricordo, a spegnere l’illusione e a riconsegnare il reietto alla sua comunità. Ma sarà la muta e inaggirabile testimonianza dei morti repubblichini, dei cadaveri ignoti e nemici a risvegliare il protagonista – “se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche il vinto è qualcuno….Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso” -, a richiamarlo da quell’isolamento che ora avverte come una lunga vacanza e a riaccendere in lui il senso di responsabilità e appartenenza a una comunità, come mostrato in maniera splendida e inequivocabile da queste toccanti parole: “Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Renderne ragione, se non altro perché “tocca a chi resta, rimediare”.

Il caso Gomorra di Roberto Saviano

Alessandro Manzoni ha fatto una critica del suo tempo attraverso “I promessi sposi”. Oggi altri autori segnalano e descrivono l’Italia della corruzione.

copertina-libro-gomorra Roberto Saviano documenta in maniera dettagliata e accurata il mondo della camorra e le realtà connesse ad essa. Gomorra (2006) è uno studio attento e personale, una testimonianza emotiva, ma allo stesso tempo razionale di uno spaccato della società. Non si parla solo di Napoli: Gomorra è il motore del capitalismo, di tutta la società capitalista in Italia. Infatti il Sistema descritto da Saviano ricorda quello degli economisti con la libera impresa e la concorrenza selvaggia.

L’inchiesta di Saviano prova che potere e ricchezza, violenza e controllo capillare costituiscono le basi di questo enorme fenomeno dove lecito e illecito si contaminano. Gli stessi imprenditori che operano nella “legalità” hanno bisogno di manodopera a costo quasi zero procurata dal Sistema e non potrebbero perciò vivere senza di esso.  Saviano dimostra così che l’illegale sta alla base di ciò che appare legale.

Il libro si apre e si chiude nel segno delle merci e del loro ciclo di vita. Merci tra cui abiti griffati, orologi, scarpe etc, che arrivano nel grande porto di Napoli per essere stoccate e poi occultate in palazzi svuotati di tutto appositamente. E poi le merci “morte” che provengono da tutta Italia e da mezza Europa, scorie chimiche e persino scheletri umani, abusivamente rilasciate nelle campagne campane ad avvelenare, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro sfarzose abitazioni. Gomorra è un viaggio brutale e sconvolgente nel mondo della criminalità organizzata. Un’analisi preoccupante su cui riflettere per cercare di comprendere fenomeni che crediamo non ci tocchino perché la mafia, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona siano legati esclusivamente a certe aree geografiche dell’Italia.

« Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità. » ( Roberto Saviano, Gomorra)

L’ultima cena di Leonardo da Vinci

leonardo_ultima_cenaEmblema della responsabilità verso i propri simili resta senza dubbio la figura di Gesù. In relazione al valore considerato da Giano su questa pagina, L’ultima cena, magnificamente dipinta dall’artista rinascimentale Leonardo da Vinci (Vinci, 15 aprile 1452 – Amboise, 2 maggio 1519), evoca degnamente l’idea di comunità. L’opera raffigura la scena dell’ultima cena di Gesù, sulla base del Vangelo di Giovanni 13:21( è intuibile, oltre che dal “dialogo” tra Pietro e Giovanni, dalla mancanza del calice sulla tavola), nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi discepoli. Il momento drammatico genera una moltitudine complessa di sentimenti e movimenti, che Leonardo cerca di rappresentare soprattutto attraverso i gesti delle mani e le espressioni dei volti, fondendoli in un’ armonia di semplicità e bellezza, che rende questo dipinto uno dei più belli e citati del mondo. Sul tema esistono interpretazioni religiose ed esoteriche, ma il motivo per cui abbiamo scelto la figura di Gesù risiede nel significato evocativo dei suoi gesti verso la comunità, nonché nel suo sacrificio per essa.