Ernesto Rossi
“Ho insegnato cinque anni all’Istituto non dando molto peso alle pedanterie, ma cercando di insegnare a ragionare e sviluppando il loro senso critico. E questi cinque anni mi erano molto giovati, perché anch’io avevo imparato l’economia più discutendo con gli studenti che sui libri.” – Lettera di Ernesto Rossi dal carcere “AGLI STUDENTI DI BERGAMO”
Le idee politiche e il manifesto di Ventotene

Ernesto Rossi nacque a Caserta nel 1897. Di ritorno dal fronte, l’ostilità per i socialisti condusse Ernesto Rossi ad accarezzare le stesse speranze e i medesimi obiettivi dei nazionalisti prima e dei fascisti poi. Fu precisamente in quel periodo, tra il 1919 e il 1922, che egli conobbe Gaetano Salvemini a cui Ernesto Rossi si legò fin da subito in un’amicizia basata sulla piena intesa intellettuale, a cominciare dal giudizio via via sempre più spietato sul nascente regime.
Di qui discende l’implacabile determinazione con la quale Rossi combatté la dittatura ricevendo una condanna a venti anni di carcere. A Ventotene, dove dovette scontare la condanna, Ernesto Rossi maturò più compiutamente quelle idee federalistiche che nel 1941 ricevettero il loro suggello nel celebre Manifesto di Ventotene. All’indomani della Liberazione, in rappresentanza del Partito d’Azione, fu sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri.
Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione aderì al Partito radicale, di cui però, sentendosi come “un cane in chiesa” (sono parole sue), rifiutò ogni incarico direttivo preferendo dedicarsi al giornalismo di inchiesta sul “Mondo” di Mario Pannunzio.
I rapporti con i gruppi politici
Fu la stagione d’oro di Ernesto Rossi, durante la quale egli assecondò il genio profondo che lo agitava dentro e che lo portava a tirare per il bavero anche le barbe più venerande, denunciandone le malefatte, irridendone le asinerie, sbugiardandone le falsità. Da qui la solitudine che lo accompagnò per tutta la vita. Ernesto Rossi fu un uomo solo ma libero. Non ebbe paura della propria libertà e si avvalse di essa per lanciare i suoi strali di polemista arguto e puntuto nelle più diverse direzioni, in primis verso il cattolicesimo, di cui respingeva l’ideale di una società controllata e ubbidiente, e al quale imputava l’allentamento della fibra morale degli italiani. Inoltre si scagliò contro il comunismo, che egli aborriva per il suo programma economico e al quale rimproverava la stessa religione dei cattolici, sia pure nella versione del marxismo-leninismo. Ma neppure ai liberali e ai socialisti lesinava i suoi taglienti giudizi (sempre suffragati dai fatti e confortati dalle cifre). Dei liberali – del “liberaloni con la tuba”, come li chiamava – denunziava i sofismi con i quali essi tradivano i principi della libertà – anche di quella economica – e accreditavano come collettivi quelli che invece erano asfittici interessi di gruppo. Dei socialisti – di questi “comunisti mal riusciti”, come ebbe a battezzarli – sottolineava causticamente il comportamento ambivalente, sempre combattuto tra l’alternativa: o ci fate ministri o diventiamo rivoluzionari.
Se è vero perciò che Ernesto Rossi distribuiva le sue bastonate a destra a manca, contro il coriaceo antiliberalismo dei cattolici e dei comunisti e quello più subdolo degli imprenditori e dei sindacati, si capisce bene perché fino ad ieri pochi c’erano che fossero interessati al suo lascito intellettuale. Oggi però che le cose sono cambiate e che le idealità liberali sembrano meno remote all’orientamento degli spiriti è lecito attendersi una maggiore attenzione per un pensiero che non è vecchio. Antico sì, magari; ma vecchio no. Non ancora. E che forse mai riuscirà vecchio per chi è sollecito della dignità del suo prossimo, specie se umile e indifeso. Quella stessa sollecitudine, quella medesima ansia di riscatto che fermenta nell’epistolario di Rossi e cioè nell”Elogio della galera” e in “Nove anni sono molti” la cui lettura veramente potrebbe segnare per sempre i giovani e i giovanissimi. In ogni caso, i migliori tra loro.
Su di lui
Ernesto Rossi morì a Roma, il 9 febbraio del 1967. Pochi mesi prima, aveva scritto parole che corrono sulla linea di un pessimismo sereno e distaccato: “se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su se stessi come trottole, finché il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe”. E poi: “Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile com’è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po’ prima o un po’ dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all’eternità, che non sappiamo neppure immaginare. Ma ho sempre avuto timore della “cattiva morte”.
Sia consentito aggiungere che se la “cattiva morte” è di chi non ha saputo vivere della tranquillità della propria coscienza, è assolutamente da escludere che la morte possa essere stata “cattiva” con Ernesto Rossi.
(Gaetano Pecora)