Franco Basaglia
Contro i manicomi
«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Burton chiama “institutional neurosis” e che chiamerei semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione.
Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.»
(Franco Basaglia in La distruzione dell’ospedale psichiatrico, 1964).
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foto di Gianni Berengo Gardin
Il 13 Maggio 1978 il Parlamento italiano approva la Legge n° 180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” che chiude gli ospedali psichiatrici in Italia.
Trent’anni dopo
da “I malati di mente senza assistenza“, Mario Pappagallo, Corriere della sera, 13/02/2010
Sono quindici milioni gli italiani ai quali capita, durante la vita, di andare da uno psichiatra, un neurologo, o fare uso di psicofarmaci per problemi legati alla loro psiche. Dall’attacco di ansia al piccolo, e momentaneo, abuso alcolico, da una crisi sentimentale passeggera ai disagi perché c’è il mutuo da pagare. Disagi lievi. Un milione, invece, soffrono di schizofrenia (500 mila) o di disturbi mentali severi: dalla depressione grave agli squilibri di personalità. Dati italiani.
Poco più di 30 anni fa sarebbero tutti stati rinchiusi in manicomio. Anche una parte di coloro assolutamente non gravi, come gli smemorati. Poi è arrivato Franco Basaglia con la sua battaglia che si è trasformata in legge nel 1978. Ma che ancora oggi, trent’anni dopo, è incompiuta. Anzi, qualcuno vorrebbe ricreare i manicomi: con nome diverso, moderni e attrezzati, ma pur sempre manicomi. E la cronaca segnala casi limite tutt’ora esistenti con camicie di forza, pazienti legati, elettroshock. Basaglia non lo crederebbe. Incompiuta, la sua riforma, anche perché a livello nazionale dovrebbe essere attivo un operatore ogni 1.500 abitanti; in realtà sono all’incirca uno ogni 5.000, oltre il 30% in meno. La mappa dell’assistenza psichiatrica italiana a trent’anni dall’introduzione della legge di Riforma arriva dal congresso internazionale «Trieste 2010: che cos’è la salute mentale?». Oltre un migliaio di esperti provenienti da 40 Paesi del mondo. Operatori della salute mentale, dell’economia sociale, della cultura e del mondo accademico, ma anche persone con l’esperienza del disturbo mentale, familiari, rappresentanti dell’associazionismo, riuniti nel parco culturale di San Giovanni, fino al 1978 sede dell’ex Ospedale psichiatrico. Oggi centro di riferimento dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
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Hanno detto di lui:
“La legge 180 non proclama che i malati mentali sono guariti o non esistono, bensì semplicemente che essi sono cittadini da tutelare al pari di tutti gli altri; anche da punire, se compiono reati, come si punisce un malato di cancro se ruba, ma da considerare sempre e comunque uomini. Si tratta di una fondamentale conquista civile, che estende il riconoscimento della dignità umana a una categoria di persone cui si tendeva a negarlo: mentre non si è mai considerato un uomo sofferente di cuore o di tubercolosi un mero caso di cardiopatia o di tbc, bensì un uomo, un malato di schizofrenia è stato spesso percepito unicamente come uno schizofrenico, quasi fosse soltanto la mostruosa e astratta incarnazione di una malattia anziché un individuo colpito da una malattia.”
da “Così è stato tradito Basaglia: successi (e lacune) di una legge“, Claudio Magris
“L’ operazione di Basaglia è un’ operazione utopica, non rivoluzionaria. La chiusura dei manicomi non era, infatti, lo scopo finale dell’ operazione basagliana, ma il mezzo attraverso cui la società poteva fare i conti con le figure del disagio che la attraversano quali la miseria, l’ indigenza, la tossicodipendenza, l’ emarginazione e persino la delinquenza a cui la follia non di rado si imparenta. E come un tempo la clinica aveva messo il suo sapere al servizio di una società che non voleva occuparsi dei suoi disagi, Basaglia tenta l’ operazione opposta, l’ accettazione da parte della società di quella figura, da sempre inquietante, che è la follia.”
da “Il sogno di Basaglia“, Umberto Galimberti, La Repubblica


