Nel contesto che ci proponiamo è essenziale la figura del maestro, che non dev’essere un impartitore di dottrine, bensì colui che è in grado di far maturare una fondata visione delle cose nell’individuo a partire da lui medesimo, limitandosi soltanto a indirizzarlo nella maniera più retta e adeguata al fine. Esemplare in tal senso è il “maieuta” Socrate. Maestro è però anche chi puo’ esser additato come punto di riferimento, in virtù magari della sua inappuntabile condotta di vita: è il caso di Ernesto Rossi.
Socrate

Particolare di Alessandro Magno e Socrate ne "La Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio
Se c’è un personaggio che incarna esemplarmente la figura del maestro questi è certamente Socrate, non soltanto fedele alla sua attività fino alla morte, ma disposto a morire pur di non rinunziare a essa e al proprio atteggiamento. Vissuto nell’Atene del 400 a. C., tra i tumulti e gli sconvolgimenti politici della guerra del Peloponneso, – che ebbe come conseguenza l’instaurazione della tirannide nella democratica Atene, pur soltanto per un anno -, per sua stessa ammissione si erge a coscienza critica della città ellenica, avendo come destinatari dei propri discorsi soprattutto i giovani aristocratici (tra i quali il più celebre allievo, Platone), cosa che lo assimilerà, nell’opinione dei suoi critici (Aristofane in testa), ai sofisti. Assimilazione nella sua parzialità abbastanza ardita e faziosa, e non soltanto per il banale motivo della gratuità dei suoi insegnamenti, ma soprattutto per il tenore e la caratura di essi.
Socrate infatti non vuole condurre l’ascoltatore – discente o meno – a una perizia nell’uso del linguaggio che gli permetta di trionfare nelle discussioni pubbliche – com’era invece d’uso presso alcuni sofisti -; né comunicare una dottrina qualsivoglia a proposito della natura come Physis - tema dei presocratici fino a Democrito, monisti o pluralisti che fossero – e neanche convincere l’interlocutore della pari dignità di qualsiasi posizione o punto di vista a proposito della verità – com’era proprio, mutatis mutandis, delle filosofie relativiste di Protagora e Gorgia. Lo scopo del filosofo e il tratto distintivo del suo filosofare, o per meglio dire, ricercare, risiede – oltre che nell’oggetto della riflessione, l’uomo nella sua dimensione pubblica e condotta di vita, dove centrale è il tema della virtù – nella nozione di maieutica, ovvero l’arte di far partorire. Richiamandosi infatti al mestiere della levatrice, Socrate intende mostrare il tratto peculiare della sua attività, che consiste nel condurre l’allievo alla conquista interiore della verità, una conquista esclusivamente sua e alla quale il maestro si limita a condurlo con le sue mirate e brevi domande, chiedendo continuamente di dar conto di ciò che si dice; in altri termini Socrate, a partire dalla fondamentale e reiterata domanda “che cos’è?”, vuole render in grado l’individuo di partorire da sé la verità, una verità che non è quella di Socrate, per sua stessa ammissione sterile, incapace di generare quanto – sommamente – capace, così come le levatrici, di far generare. Su questo si misura il suo essere un autentico maestro, nel suo invito alla ricerca come unica attività che renda degno il vivere, nell’ironico rifiuto di tramandare una sapienza conchiusa, in virtù di un metodo che chiede e pretende che la verità e la sapienza intorno all’uomo si conquistino e non si acquistino, vengano prodotte e non recepite, un metodo che riconduce il maestro alla dimensione più autentica del suo ruolo, che è quello di guida e stimolo nella crescita e nella maturazione della capacità critica; tolto questo, resta al più l’ideologo quando non il “cattivo maestro”.
La rivoluzione di Ernesto Rossi

Ernesto Rossi nacque a Caserta nel 1897. Di ritorno dal fronte, l’ostilità per i socialisti lo condusse ad accarezzare le stesse speranze e i medesimi obiettivi dei nazionalisti prima e dei fascisti poi. Fu precisamente in quel periodo, tra il 1919 e il 1922, che egli conobbe Gaetano Salvemini a cui Ernesto Rossi si legò fin da subito in un’amicizia basata sulla piena intesa intellettuale, a cominciare dal giudizio via via sempre più spietato sul nascente regime.
Di qui discende l’implacabile determinazione con la quale Rossi combatté la dittatura ricevendo una condanna a venti anni di carcere. A Ventotene, dove dovette scontare la condanna, Ernesto Rossi maturò più compiutamente quelle idee federalistiche che nel 1941 ricevettero il loro suggello nel celebre Manifesto di Ventotene.
La battaglia di Rossi nel primo Dopoguerra italiano per la moralizzazione e la trasparenza dell’economia nazionale, avviene sullo sfondo della connivenza della classe politica e dell’alta burocrazia statale. La sua dimensione umana e intellettuale da antifascista, è testimoniata da lettere e documenti storici che oggi sono raccolti in diversi saggi. Per quanto riguarda l’importanza di avere un modello da seguire, gli anni della guerra, dell’opposizione antifascista, del carcere e del confino, hanno lasciato il tempo a Rossi di dedicare sempre alcune righe ai suoi maestri nel Dopoguerra: in primo luogo a Gaetano Salvemini, poi ai fratelli Rosselli, Riccardo Bauer, Eugenio Colorni, Luigi Einaudi, Vittorio Foa, Ferruccio Parri.
All’indomani della Liberazione, in rappresentanza del Partito d’Azione, fu sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri.
Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione aderì al Partito radicale, di cui però, sentendosi come “un cane in chiesa” (sono parole sue), rifiutò ogni incarico direttivo preferendo dedicarsi al giornalismo di inchiesta sul “Mondo” di Mario Pannunzio.
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“Ho insegnato cinque anni all’Istituto non dando molto peso alle pedanterie, ma cercando di insegnare a ragionare e sviluppando il loro senso critico. E questi cinque anni mi erano molto giovati, perché anch’io avevo imparato l’economia più discutendo con gli studenti che sui libri.” – Lettera di Ernesto Rossi dal carcere “AGLI STUDENTI DI BERGAMO”
Le idee politiche e il manifesto di Ventotene

Ernesto Rossi nacque a Caserta nel 1897. Di ritorno dal fronte, l’ostilità per i socialisti condusse Ernesto Rossi ad accarezzare le stesse speranze e i medesimi obiettivi dei nazionalisti prima e dei fascisti poi. Fu precisamente in quel periodo, tra il 1919 e il 1922, che egli conobbe Gaetano Salvemini a cui Ernesto Rossi si legò fin da subito in un’amicizia basata sulla piena intesa intellettuale, a cominciare dal giudizio via via sempre più spietato sul nascente regime.
Di qui discende l’implacabile determinazione con la quale Rossi combatté la dittatura ricevendo una condanna a venti anni di carcere. A Ventotene, dove dovette scontare la condanna, Ernesto Rossi maturò più compiutamente quelle idee federalistiche che nel 1941 ricevettero il loro suggello nel celebre Manifesto di Ventotene. All’indomani della Liberazione, in rappresentanza del Partito d’Azione, fu sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri.
Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione aderì al Partito radicale, di cui però, sentendosi come “un cane in chiesa” (sono parole sue), rifiutò ogni incarico direttivo preferendo dedicarsi al giornalismo di inchiesta sul “Mondo” di Mario Pannunzio.
I rapporti con i gruppi politici
Fu la stagione d’oro di Ernesto Rossi, durante la quale egli assecondò il genio profondo che lo agitava dentro e che lo portava a tirare per il bavero anche le barbe più venerande, denunciandone le malefatte, irridendone le asinerie, sbugiardandone le falsità. Da qui la solitudine che lo accompagnò per tutta la vita. Ernesto Rossi fu un uomo solo ma libero. Non ebbe paura della propria libertà e si avvalse di essa per lanciare i suoi strali di polemista arguto e puntuto nelle più diverse direzioni, in primis verso il cattolicesimo, di cui respingeva l’ideale di una società controllata e ubbidiente, e al quale imputava l’allentamento della fibra morale degli italiani. Inoltre si scagliò contro il comunismo, che egli aborriva per il suo programma economico e al quale rimproverava la stessa religione dei cattolici, sia pure nella versione del marxismo-leninismo. Ma neppure ai liberali e ai socialisti lesinava i suoi taglienti giudizi (sempre suffragati dai fatti e confortati dalle cifre). Dei liberali – del “liberaloni con la tuba”, come li chiamava – denunziava i sofismi con i quali essi tradivano i principi della libertà – anche di quella economica – e accreditavano come collettivi quelli che invece erano asfittici interessi di gruppo. Dei socialisti – di questi “comunisti mal riusciti”, come ebbe a battezzarli – sottolineava causticamente il comportamento ambivalente, sempre combattuto tra l’alternativa: o ci fate ministri o diventiamo rivoluzionari.
Se è vero perciò che Ernesto Rossi distribuiva le sue bastonate a destra a manca, contro il coriaceo antiliberalismo dei cattolici e dei comunisti e quello più subdolo degli imprenditori e dei sindacati, si capisce bene perché fino ad ieri pochi c’erano che fossero interessati al suo lascito intellettuale. Oggi però che le cose sono cambiate e che le idealità liberali sembrano meno remote all’orientamento degli spiriti è lecito attendersi una maggiore attenzione per un pensiero che non è vecchio. Antico sì, magari; ma vecchio no. Non ancora. E che forse mai riuscirà vecchio per chi è sollecito della dignità del suo prossimo, specie se umile e indifeso. Quella stessa sollecitudine, quella medesima ansia di riscatto che fermenta nell’epistolario di Rossi e cioè nell”Elogio della galera” e in “Nove anni sono molti” la cui lettura veramente potrebbe segnare per sempre i giovani e i giovanissimi. In ogni caso, i migliori tra loro.
Su di lui
Ernesto Rossi morì a Roma, il 9 febbraio del 1967. Pochi mesi prima, aveva scritto parole che corrono sulla linea di un pessimismo sereno e distaccato: “se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su se stessi come trottole, finché il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe”. E poi: “Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile com’è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po’ prima o un po’ dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all’eternità, che non sappiamo neppure immaginare. Ma ho sempre avuto timore della “cattiva morte”.
Sia consentito aggiungere che se la “cattiva morte” è di chi non ha saputo vivere della tranquillità della propria coscienza, è assolutamente da escludere che la morte possa essere stata “cattiva” con Ernesto Rossi.
(Gaetano Pecora)

Ernesto Rossi
Se invece siete alla ricerca di un ambito disciplinare che poi possa assicurarvi un impiego soddisfacente e sicuro, allora attenti a scegliere tenendo conto non solo di quello che le statistiche dicono sui corsi di laurea che danno maggiori sbocchi, ma anche dei vostri valori, delle vostre ambizioni, dei vostri talenti. A livello europeo l’85% circa dei posti di lavoro è costituito dal lavoro dipendente. L’Italia è tra i Paesi con il più alto numero di autonomi, 26,2% sul totale degli occupati. Di questi circa il 30% sono uomini e circa il 20% sono donne.
Noi del resto siamo il popolo delle partita Iva, in cui lavoro autonomo e piccola impresa sono molto diffusi. Il lavoro dipendente è e rimane però un valore per molti. Qui bisogna comunque fare dei distinguo e delle considerazioni.
La prima è sul concetto di sicurezza e stabilità lavorativa in sé. E’ un concetto che si sta molto evolvendo: anche in Giappone ci si sta abituando all’idea che il proprio impiego non potrà più essere a vita. In tutto il mondo sempre meno le imprese private assicureranno, nei fatti, un impiego a vita e sempre più le imprese pubbliche saranno alla ricerca di efficienza e di criteri di gestione privatistici. La sicurezza allora andrà cercata innanzi tutto nella propria capacità professionale.

Patch Adams
La seconda è sugli sbocchi occupazionali. Come dicono le più recenti statistiche, medici, ingegneri, infermieri, economisti, sono oggi professioni ad alto tasso di impiego poco dopo la laurea. Sono però anche facoltà con corsi di studi diversi che richiedono attitudini e capacità differenti. E’ quello che vi interessa? Seguire un corso di studi universitario comporta impegno, costanza, conoscenze e capacità adatte alla materia. Scegliete quindi tenendo conto delle vostre attitudini, innanzi tutto. In Italia il tasso di abbandono delle università è pari a circa il 60 % degli iscritti, un valore doppio rispetto a quello prevalente nei paesi industrializzati. Tra le matricole il 18,5 % lascia al primo anno.
Ricordate che, come dicono gli americani “Do what you love, the money will follow”.
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“Ho insegnato cinque anni all’Istituto non dando molto peso alle pedanterie, ma cercando di insegnare a ragionare e sviluppando il loro senso critico. E questi cinque anni mi erano molto giovati, perché anch’io avevo imparato l’economia più discutendo con gli studenti che sui libri.” – Lettera di Ernesto Rossi dal carcere “AGLI STUDENTI DI BERGAMO”
Le idee politiche e il manifesto di Ventotene

Ernesto Rossi nacque a Caserta nel 1897. Di ritorno dal fronte, l’ostilità per i socialisti condusse Ernesto Rossi ad accarezzare le stesse speranze e i medesimi obiettivi dei nazionalisti prima e dei fascisti poi. Fu precisamente in quel periodo, tra il 1919 e il 1922, che egli conobbe Gaetano Salvemini a cui Ernesto Rossi si legò fin da subito in un’amicizia basata sulla piena intesa intellettuale, a cominciare dal giudizio via via sempre più spietato sul nascente regime.
Di qui discende l’implacabile determinazione con la quale Rossi combatté la dittatura ricevendo una condanna a venti anni di carcere. A Ventotene, dove dovette scontare la condanna, Ernesto Rossi maturò più compiutamente quelle idee federalistiche che nel 1941 ricevettero il loro suggello nel celebre Manifesto di Ventotene. All’indomani della Liberazione, in rappresentanza del Partito d’Azione, fu sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri.
Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione aderì al Partito radicale, di cui però, sentendosi come “un cane in chiesa” (sono parole sue), rifiutò ogni incarico direttivo preferendo dedicarsi al giornalismo di inchiesta sul “Mondo” di Mario Pannunzio.
I rapporti con i gruppi politici
Fu la stagione d’oro di Ernesto Rossi, durante la quale egli assecondò il genio profondo che lo agitava dentro e che lo portava a tirare per il bavero anche le barbe più venerande, denunciandone le malefatte, irridendone le asinerie, sbugiardandone le falsità. Da qui la solitudine che lo accompagnò per tutta la vita. Ernesto Rossi fu un uomo solo ma libero. Non ebbe paura della propria libertà e si avvalse di essa per lanciare i suoi strali di polemista arguto e puntuto nelle più diverse direzioni, in primis verso il cattolicesimo, di cui respingeva l’ideale di una società controllata e ubbidiente, e al quale imputava l’allentamento della fibra morale degli italiani. Inoltre si scagliò contro il comunismo, che egli aborriva per il suo programma economico e al quale rimproverava la stessa religione dei cattolici, sia pure nella versione del marxismo-leninismo. Ma neppure ai liberali e ai socialisti lesinava i suoi taglienti giudizi (sempre suffragati dai fatti e confortati dalle cifre). Dei liberali – del “liberaloni con la tuba”, come li chiamava – denunziava i sofismi con i quali essi tradivano i principi della libertà – anche di quella economica – e accreditavano come collettivi quelli che invece erano asfittici interessi di gruppo. Dei socialisti – di questi “comunisti mal riusciti”, come ebbe a battezzarli – sottolineava causticamente il comportamento ambivalente, sempre combattuto tra l’alternativa: o ci fate ministri o diventiamo rivoluzionari.
Se è vero perciò che Ernesto Rossi distribuiva le sue bastonate a destra a manca, contro il coriaceo antiliberalismo dei cattolici e dei comunisti e quello più subdolo degli imprenditori e dei sindacati, si capisce bene perché fino ad ieri pochi c’erano che fossero interessati al suo lascito intellettuale. Oggi però che le cose sono cambiate e che le idealità liberali sembrano meno remote all’orientamento degli spiriti è lecito attendersi una maggiore attenzione per un pensiero che non è vecchio. Antico sì, magari; ma vecchio no. Non ancora. E che forse mai riuscirà vecchio per chi è sollecito della dignità del suo prossimo, specie se umile e indifeso. Quella stessa sollecitudine, quella medesima ansia di riscatto che fermenta nell’epistolario di Rossi e cioè nell”Elogio della galera” e in “Nove anni sono molti” la cui lettura veramente potrebbe segnare per sempre i giovani e i giovanissimi. In ogni caso, i migliori tra loro.
Su di lui
Ernesto Rossi morì a Roma, il 9 febbraio del 1967. Pochi mesi prima, aveva scritto parole che corrono sulla linea di un pessimismo sereno e distaccato: “se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su se stessi come trottole, finché il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe”. E poi: “Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile com’è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po’ prima o un po’ dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all’eternità, che non sappiamo neppure immaginare. Ma ho sempre avuto timore della “cattiva morte”.
Sia consentito aggiungere che se la “cattiva morte” è di chi non ha saputo vivere della tranquillità della propria coscienza, è assolutamente da escludere che la morte possa essere stata “cattiva” con Ernesto Rossi.
(Gaetano Pecora)
Avere una propria visione delle cose, della vita, di quanto accade, è forse inevitabile e senz’altro legittimo. Ma non puo’ essere qualcosa di fluttuante, deve piuttosto fondarsi in quanto abbiamo vissuto e viviamo, nella nostra esperienza, da cui sorge e cui rimanda, e deve anche far tesoro di quanti ci han preceduto, delle loro esperienze e dei loro consigli, in specie qualora si tratti di figure d’indubbia autorevolezza.
Parola di Cyrano!
Il Cyrano de Bergerac, la più nota commedia di Edmond Rostand, rende omaggio a Savinien Cyrano de Bergerac, uno dei più estrosi scrittori del seicento francese. Il protagonista dell’opera teatrale è abile con la spada quanto con la poesia e i giochi di parole, di cui sa far sapiente uso di fronte ai nemici. Cyrano ha un innato talento da scrittore, che ha affinato nel tempo con l’esperienza; nella rappresentazione il suo estro viene messo generosamente a disposizione del suo amico Cristiano. Tutt’oggi Cyrano è simbolo della migliore poesia, del coraggio e di sensibilità: tutti ingredienti che occorrono per crescere con orgoglio nel proprio percorso individuale.
Su Cyrano
“In un uomo un grande naso è segno di intelligenza, di cortesia, di affabilità, di generosità, e di liberalità”, così Rostand descrive il suo personaggio dall’aspetto esteriore sgradevole, ma dotato di una vivace intelligenza.
Procedendo verso il finale dell’opera, Cyrano dichiara:
« “Amante – non per sé – molto eloquente
Qui riposa Cirano
Ercole Saviniano
Signor di Bergerac
Che in vita sua fu tutto e lo fu invano!”
…
“Io me ne vo… Scusate: non può essa aspettarmi.
Il raggio della luna, ecco, viene a chiamarmi” »
(La morte di Cyrano de Bergerac. Edmond Rostand)

Nella crescita e maturazione dell’individuo non è soltanto l’esperienza diretta ad avere un peso decisivo; molto importanti si rivelano le figure in grado di indirizzarlo in specie nei momenti o nelle età in cui non si ha ancora un saldo controllo di sé stessi e una chiara percezione dei propri obiettivi. Nei casi più fortunati si incontrano veri e propri maestri, figure esemplari e superlative in grado di soddisfare al meglio il bisogno di punti di riferimento. È il caso di Lucilio, giovane vissuto nella Roma imperiale che ha potuto contare sui consigli e le raccomandazioni del celebre pensatore latino Lucio Anneo Seneca (continua)
Se c’è un personaggio che incarna esemplarmente la figura del maestro questi è certamente Socrate, non soltanto fedele alla sua attività fino alla morte, ma disposto a morire pur di non rinunziare a essa e al proprio atteggiamento. Vissuto nell’Atene del 400 a. C., tra i tumulti e gli sconvolgimenti politici della guerra del Peloponneso, – che ebbe come conseguenza l’instaurazione della tirannide nella democratica Atene, pur soltanto per un anno -, per sua stessa ammissione si erge a coscienza critica della città ellenica, avendo come destinatari dei propri discorsi soprattutto i giovani aristocratici…(continua )
L’esperienza di chi ha vissuto prima di noi è una fonte di conoscenza inestimabile. Dopo aver appreso dai maestri e dalle guide che riteniamo tali per la nostra vita, i nostri studi o il nostro lavoro, è necessario passare a una fase di “personalizzazione” delle conoscenze e dei mezzi di cui disponiamo. Il cinema è ricco di esempi legati all’esperienza individuale e alla sperimentazione di nuove idee.(continua)
In campo musicale sono molteplici i casi di celebri cantanti solisti, che hanno abbandonato la propria band in vista di una personale crescita professionale. E’ il caso di Sting, fondatore nel 1977 della band pop/rock dei Police, che nel suo cammino individuale ha sperimentato nuovi generi musicali: post-punk, reggae, rock e new wave. (continua)