Giano

Un esame coi baffi di M. Lidzbarskij

Tags: ,

M. Lidzbarski, Ricordi di giovinezza di un professore tedesco (1928)

Dopo la fine delle vacanze si iniziò con la ripetizione del programma di studio: l’esame di maturità avrebbe avuto luogo a metà settembre. La settimana in cui eravamo impegnati con gli scritti passò alla svelta, e ci si avvicinava ormai al giorno degli orali. A quel tempo era uso che i maturandi si presentassero in frac e cilindro. La mia finanziera di panno nero non mi sembrò abbastanza moderna, così la feci modificare in un frac. Inoltre mi feci cucire un abito nuovo di pettinato. Si diceva che il consigliere scolastico della provincia, Polte, che presiedeva la commissione per gli esami della maturità, non gradisse che gli esaminandi si presentassero con i baffi. Sembra che facesse bocciare senza pietà tutti coloro che li portavano. Io avevo dei baffetti minuscoli e, chi voleva farmi arrabbiare, diceva che si potevano vedere solo con la lente d’ingrandimento. Ciò nonostante dichiarai di non volerli sacrificare.
Nell’ultima classe del ginnasio il professore di latino mi fece leggere Orazio. Poco prima dell’esame mi fece tradurre durante la lezione la decima Ode del Primo Libro e, mentre traducevo, mi guardava in modo significativo. Così capii a cosa stavo andando incontro. Dubito che abbia fatto un’eccezione per me, probabilmente aveva fatto la stessa cosa con gli altri ragazzi. L’insegnante di francese, all’ultima lezione, portò con sé un libro e da un punto preciso del testo ci fece ripetere i vocaboli.
Sedevo davanti alla cattedra e, dal formato e dalla consistenza del libro, riconobbi il Manuale di letteratura francese di Ploetz, che avevo in parte già letto per conto mio. Lo dissi agli altri studenti, andammo da Spiro, ci facemmo dare il libro e trovammo il punto in questione. Così fummo tutti ben preparati per l’esame di francese.
Il giorno dell’esame non c’era lezione, e gli studenti delle ultime classi ci aspettavano al mattino per vederci arrivare in frac e cilindro. Appena mi scorsero con i miei baffetti – gli altri se li erano fatti tagliare – gridarono: «Corri subito dal barbiere e fatti tagliare i baffi, altrimenti Polte ti fa bocciare senza ombra di dubbio!». Ma io li tranquillizzai: «Se uno supera l’esame, Polte non lo farà respingere a causa dei baffi».
La prova ebbe luogo nell’Aula Magna. Sul palco c’era un tavolone: da un lato sedevano Polte, Notel e i professori che dovevano interrogare, dall’altro i maturandi. Eravamo in sei: i primi quattro erano ebrei, poi c’era un cattolico e infine un evangelico. Un rapporto vergognoso, per il preside di un istituto dalla tendenza espressamente evangelica.
Pensavo di venir dispensato dall’esame orale ma, visto che avevo avuto un’ora di punizione nell’ottava classe e non godevo della simpatia di Notel, non mi lasciavo andare a grandi speranze. Nessuno fu dispensato. Per me andò bene così perché superai l’esame in modo tale che ancor oggi penso con piacere a quel giorno. Sedevo di fronte a Notel, che mi guardava fisso arricciandosi i baffi. Per tutta la durata dell’esame non lasciai alcuna domanda, o quasi, senza risposta e non detti risposte errate. Rummler, che dopo la morte di Starke aveva assunto l’incarico di insegnante di storia nelle classi superiori, mi fece esporre un tema unitario: la storia delle regioni del Rodano dall’antichità ai giorni nostri. Lo fece solo con me, supponendo che me la sarei cavata bene. Concluso l’esame, Polte mi disse: «Con la sua prova ha dato a noi tutti una vera gioia».
Un anno dopo mi venne a trovare a Berlino un compagno di scuola che aveva appena fatto l’esame di maturità. Portava i baffi, e gli chiesi come mai non se li fosse fatti togliere. Egli mi disse che nessuno si faceva più tagliare i baffi da quando si era visto che Polte non solo non mi aveva danneggiato a causa dei miei, ma mi aveva anzi fatto degli elogi. Con me era nata dunque una nuova era per gli esami di maturità presso il Konigliches Friedrich-Wilhelms Gymnasium di Posen.

La notte dopo l’esame di maturità di W. Tendrjakov

Tags:

W. Tendrjakov, La notte dopo l’esame di maturità (1976)

w_ten Il direttore della scuola, Ivan Ignat’evic, un uomo imponente con le spalle da atleta, pronunciò un’allocuzione commossa: «Dinanzi a voi si aprono migliaia di strade….». Saran migliaia, le strade, e tutte aperte, ma è probabile che non lo siano allo stesso modo per tutti. Come d’abitudine, Ivan Ignat’evic enumerò i “maturi” secondo un ordine corrispondente al loro trascorso profitto scolastico.
Veniva per prima una non confrontabile con nessun altro, colei che per tutti e dieci gli anni di scuola s’era lasciata alle spalle tutti gli altri, Julecka Studenceva. «Farà onore a qualsiasi istituto universitario del nostro paese….». Chi altri, se non lei, doveva ringraziare la sua scuola per le cognizioni che vi aveva ricevuto (a cominciare dall’alfabeto), per la tutela protrattasi lungo dieci anni, per quei vincoli di fraternità che ciascuno avrebbe portato spontaneamente con sé?
Ed essa salì al tavolo della presidenza, piccolina, nel suo vestito bianco con le spalline di mussolina, con fiocchi bianchi nelle treccine a ciambelle; un’adolescente, non certo una “matura”, con la sua solita espressione d’inquietudine severa – troppo severa anche per un adulto – sul visino affilato. Tutta eretta, con un’aria di sussiego, un’alterigia riservata nel portamento della testa.
«Sono stata invitata a parlare a nome di tutta la classe, ma voglio parlare a nome mio. Soltanto per me!»
Tale dichiarazione, pronunciata col tono perentorio della prima della classe che non si sbaglia mai, in nulla, non suscitò nessuna obiezione, non allarmò nessuno. Il direttore si mise a sorridere, annuì, e s’agitò sulla sedia per mettersi più comodo. Che cosa avrebbe mai potuto dire, se non parole di gratitudine, lei che a scuola non aveva sentito altro che lodi, nient’altro che esclamazioni d’entusiasmo sul suo conto? Sicché, i volti dei suoi compagni di classe esprimevano la solita attenzione condiscendente: «Se voglio bene alla scuola, io? Sì che le voglio bene! Tanto!…. Come il lupacchiotto ama la sua tana….. Ma ecco che bisogna uscirsene, dalla propria tana. E ci si trova con migliaia di strade davanti, tutte in una volta! Migliaia».
Un fruscio, serpeggiò per l’aula magna: «Quale devo prendere, io? Da tempo mi ponevo questa domanda, ma la schivavo, ne rifuggivo. Soltanto, adesso non posso più sfuggirla. Si deve andare avanti, ma non posso, non so…La scuola mi ha fatto sapere tutto, meno una cosa: cosa mi piace, che cosa amo veramente. C’erano cose che mi piacevano, altre invece no. Ma se non mi piacevano, voleva dire che erano più difficili, e allora, dai, metticela tutta, se no non prendi il tuo bravo cinque. La scuola, da me, voleva i cinque; io le ho dato retta e… non ho avuto il coraggio d’amare veramente qualcosa…. Adesso, ecco, mi sono guardata attorno; è venuto fuori che non amo nulla. Nulla; eccetto la mamma, il papà e …. la scuola! E ci sono migliaia di strade, tutte uguali, tutte indifferenti… Non crediate che io sia felice. Ho paura. Molta paura!».
Julecka si fermò, guardando con i suoi occhi inquieti, da uccellino, l’aula in silenzio. Si poteva sentire che dabbasso trasportavano le sedie per il banchetto: «Non mi manca niente», dichiarò, e si avviò al suo posto a piccoli passi, a scatti.

Un ciuco di nome Massimo D’Azeglio

Tags:

Massimo D’Azeglio, I miei ricordi (1867)

m_dazMa venne l’epoca degli esami e una bella mattina mi trovai in scuola co’ miei due compagni, a tre tavolini separati, onde scrivere i nostri componimenti per l’esame. M’era toccato nientemeno, un componimento in greco! E col Lexicon Schrevelii e la grammatica faticavo come un asino e lentamente spremevo fuori goccia a goccia questa ellenica produzione. Il maitre d’études ogni tanto ci faceva una visita.

Dava un’occhiata a Perrier e a Fascini, ed io, che non lo perdevo d’occhio, gli vedevo far la faccia allegra. Poi veniva al mio tavolino, dava un’occhiata al mio greco e tosto gli si oscurava il bel sembiante. Dio sa che greco scismatico stavo partorendo! Il lettore capirà subito i palpiti del maitre d’études per me. Ero nipote del conte Prospero Balbo, rettore dell’Università! Ed è chiaro come il sole che il nipote di quello che teneva in mano le sorti di tanti maitres d’études, non doveva assolutamente essere un asino.

Il nostro Mentore scomparì per mezz’ora, poi ricomparve. Avea presa una di quelle risoluzioni che salvano i nipoti ed anche talvolta persone più alte di loro. Fare lui quello che non sapevo far io, e lasciarmene l’onore.
Con una sveltezza degna di Bosco, mi levò d’innanzi il mio lavoro senza che i compagni se n’avvedessero e vi lasciò in cambio un foglio sul quale stava il componimento greco bell’e fatto e che soltanto avevo a ricopiare!!!
A mia lode debbo dire che, capito subito il tiro ed anche ad un barlume il suo motivo, sentii un’umiliazione amara ed una gran ripugnanza a prestarmi a questa frode. Ma debbo aggiungere a mia vergogna che non ebbi coraggio di dar corpo e vita al mio lodevole sentimento.

M’avevano molto piegato all’obbedienza, ed i miei giudizi sul fas et nefas non erano ancora abbastanza fondati e chiari da permettermi d’agire per virtù di libero esame.
Accettai dunque l’autorità, e copiai impudentemente il tema greco, che fu trovato, com’era naturale, una meraviglia. E lo zio Balbo, parlando con mio padre, l’udii affermare che gli pareva impossibile ch’io avessi tanta disposizione per le lingue morte. Si figuri se pareva possibile a me!

Venne il giorno della distribuzione de’ premi, e ricevetti in seduta pubblica, dalle mani del conte Balbo, un bell’in-folio, Homeri opera omnia, ben legato, con un complimento sulla mia erudizione. Questo volume ancora è fra i miei libri; e penso lasciarlo ad una biblioteca pubblica come restituzione (è un po’ dura a pronunziare la parola, ma ci vuol pazienza) di roba rubata.

L'esame di Goldoni

Tags:

Carlo Goldoni, Memorie (1787)

e_golDo la buonanotte a quei signori. Domani è il giorno del mio dottorato; bisogna che vada a coricarmi. Quelli si burlano di me, cavan di tasca mazzi di carte uno mette degli zecchini sulla tavola. Radi per primo fa il libretto per puntare: giochiamo, passiamo la notte al giuoco, e perdiamo, Radi ed io i nostri quattrini.

Ecco il bidello del collegio che si presenta, mi porta la toga che dovevo indossare. Si sente la campana della Università, bisogna andare, bisogna esporsi senza aver chiuso occhio e col rammarico di aver perduto tempo e denaro.

Cos’importa? Suvvia, coraggio. Arrivo, il mio promotore mi viene incontro, mi prende per mano, mi fa sedere accanto a sé su una balaustrata, davanti all’emiciclo della numerosa assemblea.

Quando tutti sono seduti mi alzo; comincio recitando il cerimoniale d’uso, e propongo le due tesi che devo sostenere. Uno dei deputati all’argomentazione mi scaglia contro un sillogismo in “barbara”, con citazione di testi alla maggiore e alla minore; riassumo l’argomento, e citando un paragrafo mi sbaglio dal 5 al 7; il promotore mi avverte sottovoce del leggero errore. Voglio correggermi: l’Arrighi si alza da sedere e dice forte, rivolgendosi al Pighi: – Protesto, signore, che non tollero la benché minima infrazione alle leggi dell’ordinanza. E’ proibito suggerire ai candidati. Per questa volta passi, ma per l’avvenire siete avvisato.

Mi accorsi che tutti erano sdegnati di questa inopportuna sfuriata; colsi il momento favorevole, ripresi il fondo della mia tesi, e le proposizioni dell’argomento. Al posto del metodo scolastico misi la dottrina, i ragionamenti, le discussioni dei compilatori e degli interpreti. Feci una dissertazione su tutti i particolari della successione degli intestati; tutti mi applaudirono; vedendo che mi era perdonato l’ardimento, passai di colpo dal diritto civile al diritto canonico; attaccai l’articolo della bigamia; lo trattai come l’altro.

Percorsi le leggi dei greci e dei romani, citai i concilii, la sorte m’aveva favorito nella scelta delle domande, le conoscevo a menadito; mi feci un’immortale onore. Si passa ai voti. Il cancelliere ne pubblica il risultato: sono licenziato nemine penitus, penitusque discrepante.

Come dire, nessun voto contrario; nemmeno l’Arrighi?
Anzi, ne era contentissimo. Allora il mio promotore, postomi in testa il berretto dottorale, fece l’elogio del licenziato; ma siccome non avevo seguito la strada solita, improvvisò prosa e versi latini che fecero grande onore alla mia persona e alla sua.

Una volta che il candidato è promosso, tutti entrano; tutti entrarono, e fui stordito dai complimenti e dagli abbracci.

Una donna coraggiosa

Tags: ,

G. Stuparich, Un anno di scuola (1980)

d_cor Di  là da quell’uscio Edda Marty lottava col tema di latino. Edda Marty era coraggiosa; era la prima donna che tentava la conquista d’un posto in quel ginnasio maschile. Dare l’esame in otto materie, rispondere per cinque anni di greco e sette di latino, non era uno scherzo.Sarebbe passata? Sarebbe stata la compagna della loro classe? Quei giovani avevano sentito dire cose mirabili della sua intelligenza; ma di loro soltanto uno la conosceva un po’ meglio, gli altri l’avevano vista, la prima volta quella mattina, passare per il corridoio accompagnata da due professori, ed entrare in quell’aula.
Nessuno sapeva spiegarsi bene che cosa avesse visto: due grandi occhi che ridevano e salutavano e che avevano acceso un po’ il sangue a tutti….Poco prima di mezzogiorno Edda Marty uscì dall’aula. Aveva il viso congestionato e teneva in mano il cappellino di paglia ornato ai lati da due mazzetti di ciliegie. Fu attorniata. Marzi, sorpreso, cercava di incunearsi per fare le presentazioni in regola, ma nessuno gli dava retta.- Com’è andata- Era difficile?- Che cos’era?E lei, girando gli occhi su l’uno e sull’altro rispondeva disinvolta, accompagnando con dei colpettini di testa le parole che le uscivano dritte e un po’ fischianti dai denti. Infine piantò tutti con un “addio, devo andare” e corse giù per le scale; e Marzi dietro, e gli altri si guardarono.- Bel tipo – affermò Neranz, tutto rosso in viso- Ci dà gia del “tu”, – osservò non senza meraviglia Vitelli- O bella, vuoi che ci dia del “voi” – ribattè ironicamente Pasini.- Insomma – sentenziò Mitis che s’era fatto serio e storceva anche più cinicamente la bocca, – io dico che se quella monella viene in classe nostra, ci rovina tutti.A sentir la Marty, tutto le andava male; voleva ritirarsi dopo ogni esame. Invece passò benissimo. “ha sempre presagito il disastro, – malignava Mitis,- per ottenere in fine un successo strepitoso.In realtà la Marty era pessimista , come tutte le intelligenze temerarie. Nella vita faceva lo stesso: si buttava audacemente nelle difficoltà, ma non era mai sicura di poterne uscire.

Gli esami degli altri

Tags:

  • Una donna coraggiosa

    d_cor Edda Marty, la protagonista, è una giovane donna che all’inizio del secolo scorso tenta la prova di ammissione all’ottava classe di in un ginnasio maschile, esame che le avrebbe aperto la strada dell’Università. La legge che permetteva ad una donna questa possibilità era recente; tutte le altre sue compagne temevano; lei avrebbe dato l’esame. E la sua volontà vinse.
  • Steve Jobs: gli esami più importanti della mia vita

    Steve Jobs Steve Jobs è stato il cofondatore di Apple e amministratore delgato della Pixar, prima che venisse acquisita da Walt Disney, di cui ora lo stesso Jobs detiene il maggior numero di azioni. Durante la cerimonia delle lauree a Stanford, il 12 Giugno 2005, egli racconta alcune vicende cruciali della propria esistenza che l’hanno portato a superare enormi difficoltà.

     

  • L’esame di goldoni

    e_gol Si dice che la «notte prima degli esami» ci si debba distrarre e svagare. Ma non vi consigliamo di passarla in bianco a giocare a carte. In un esame dobbiamo mantenere lucidità, capire il punto di vista di chi abbiamo di fronte, e rispondere con proprietà. Ecco come superò il suo colloquio di dottorato il grande Carlo Goldoni… nonostante la nottata brava.
  • Un ciuco di nome Massimo D’Azeglio

    m_daz Se pensate che il vezzo di copiare i compiti, o di farsi raccomandare, abbia contagiato gli italiani solo di recente, date un’occhiata a questo ricordo di esami di Massimo D’Azeglio. A discolpa del povero Massimo c’è il fatto di una eccessiva pressione familiare, certo,ma anche la pretesa delle scuole ottocentesche che gli alievi candidati sapessero, addirittura, scrivere in greco antico.
  • La notte dopo l’esame di maturità di W. Tendrjakov

    w_ten Cosa c’è dopo gli esami? La vita adulta, certo. Ma spesso arriviamo a questa soglia di passaggio ancora incerti sulla vità che verrà.
  • Un esame coi baffi di M. Lidzbarskij

    mailgooglecom Come bisogna vestirsi per sentirsi a proprio agio in un esame? Alcuni Commissari d’esame, involontariamente (o forse no) prestano attenzione anche al famoso «abito» che non dovrebbe «fare il monaco». Ma niente di simile a quello che succedeva nelle scuole di tutta Europa poco meno di un secolo fa
  • Gli studenti e i laureati della LUISS: i nostri Esami di Stato