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Orientarsi e scegliere –> la Passione

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Giuseppe di Vittorio

Giuseppe Di Vittorio

Avere e coltivare una passione è certamente un primo passo per capire cosa vi piace fare e quali sono i vostri interessi. Non dico che automaticamente la passione vi possa illuminare sul vostro futuro lavorativo, ma che, se la state coltivando, vi può aiutare a riflettere su di voi, sulle vostre preferenze di valori, sulla vostra capacità di relazionarvi con gli altri, di affrontare le difficoltà, di avere disciplina, di godere del successo e di tollerare l’insuccesso, di applicarvi ad un argomento, di imparare dall’esperienza.

 

Nassim Taleb

Nassim Taleb

Naturalmente non sempre è così immediato trasformare una passione in un lavoro. Amare il calcio e diventare un giocatore professionista sono un’aspirazione per molti e una realtà per pochi. Tra prendere lezioni di chitarra e diventare membro di un gruppo rock che vende milioni di dischi vi possono essere variabili che oggi è difficile prevedere.

Infatti, come dice Nassim Taleb, le professioni “scalabili”, ossia quelle il cui ritorno economico non è soggetto alla semplice quantità di lavoro svolto (come per un attore, un musicista o un calciatore …) sono buone solo se si ha successo, sono molto competitive, generano disuguaglianze tra le chi le pratica, sono più casuali e caratterizzate da molte disparità tra sforzi e ricompense: pochi si dividono la torta tra i molti che cercano di avere successo. Una passione quindi deve innanzi tutto darvi indicazioni sulle vostre capacità, sui vostri valori, sulla vostra personalità, sul modo in cui avete sino ad oggi affrontato il vostro mondo e anche sul vostro modo di ragionare e affrontare i problemi. Se intendete scegliere un corso di studi che vi consenta di renderla anche un lavoro, fatelo con senso di realtà, informandovi sugli aspetti pratici di quella carriera e sulle condizioni necessarie per poterla esercitare.

ideali -> Personaggi

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Molteplici sono stati gli esempi di personaggi dediti a una causa diventata poi la loro ragione di vita. Qui abbiamo scelto una donna e un uomo, diversissimi tra loro per storia e tradizione e pure accomunati dalla dedizione a un ideale e dalle sfide che hanno affrontato al fine di darne una realizzazione: si tratta di Giovanna D’Arco, la celebre Pulzella D’Orleans, e del massimo sindacalista italiano Giuseppe Di Vittorio.

Giovanna D’Arco

Giovanna D'Arco

Giovanna all'assedio d'Orléans, pittura di Jules Eugène Lenepveu

È difficile trovare un esempio emblematico quanto la Pulzella D’Orleans quando si pone mente alla fedeltà a un ideale e alle sfide che in nome di esso si è pronti ad affrontare; una figura leggendaria, epica, la cui storia ha dell’incredibile, se si pensa che fu proprio grazie allo spirito combattivo e ispirato di questa adolescente contadina analfabeta che la Francia seppe superare uno dei momenti più tragici della sua storia. La Guerra dei Cent’anni, conflitto secolare che vide l’un contro l’altra armate Inghilterra e Francia dal 1337 al 1453, vede trionfare negli anni ’20 del quattrocento l’Inghilterra: dopo il trattato di Troyes (1420) essa si assicura il dominio di quasi tutto il territorio francese e il suo re, Enrico V, ottiene il diritto alla successione al trono di Francia per il suo erede. A fronte di questo, si puo’ dire che la Francia rischiava di scomparire come entità politica autonoma. Fu allora che comparve Giovanna D’Arco. Animo inquieto, animata da una forte fede cristiana – affermava con decisa sicurezza di sentire le voci di Santa Caterina, Santa Margherita e dell‘Arcangelo Michele e che fossero queste a ispirare le sue gesta – oltreché da un sentimento nazionalista, potremmo dire, avant la lettre, riuscì a convincere il Delfino di Francia – ovvero l’erede al trono dei Valois e futuro re francese Carlo VII – ad affidarle la missione di liberare Orleans; a suo favore giocò senz’altro l’indiscusso carisma che le consentiva di raccogliere numerosi alleati al seguito, nonché la disperata situazione francese, che rendeva incline il sovrano a confidare in un aiuto sovrannaturale, quale quello che la Pulzella prometteva in favore della Francia.

La marcia delle truppe di Giovanna fu inarrestabile: riuscì a liberare Orleans e a infliggere un’eclatante sconfitta agli inglesi a Paty, cosa che portò all’incoronazione solenne di Carlo VII presso la cattedrale di Reims, luogo dalla forte valenza simbolica in quanto da Clodoveo tutte le incoronazioni dei re francesi vi si erano svolte. Al di là della sincera fede cristiana, Giovanna incarnava sentimenti popolari estremamente diffusi, come l’odio verso l’oppressore straniero (inglesi) e il destarsi di un sentimento patriottico che da quel momento in poi non avrebbe più abbandonato la Francia; suo merito indiscusso fu proprio quello di destare e alimentare questi sentimenti non solo tra le truppe, ma anche fra il popolo, cosa che consentì alla Francia di imboccare la via della riscossa. Anche dopo la sua cattura, avvenuta grazie agli alleati borgognoni che la vendettero agli inglesi, ella non rinnegò le sue convinzioni. Anzi, dimostrò una notevole prontezza e brillantezza di spirito di fronte alle accuse e ai terribili procedimenti inquisitori. Emblematica puo’ essere considerata la risposta che diede ai suoi accusatori quando le chiesero se si riteneva in grazia di Dio (domanda particolarmente insidiosa poiché tanto una risposta positiva quanto una negativa potevano portare a una fondata accusa di eresia): “Se non lo sono che Dio mi ci conduca, se lo sono che Dio mi ci mantenga”. Risposte che comunque non la salvarono dalla condanna al rogo, in cui ebbe un fortissimo peso la sua abitudine di indossare abiti maschili: fu arsa a Rouen il 30 Maggio 1431. Ma ciò non solo non spense il ricordo delle sue gesta, anzi contribuì a perpetuarlo: oltre a esser stata dichiarata santa dalla chiesa cattolica nel 1920, non soltanto è la figura religosa più venerata in territorio francese ma è addirittura riconosciuta patrona della nazione medesima.

Giuseppe Di Vittorio

giuseppe-di-vittorio-1Tra le figure di spicco del panorama politico italiano si è imposta la personalità di Giuseppe Di Vittorio (Cerignola, 11 agosto 1892 – Lecco, 3 novembre 1957). Egli è stato un politico e uno degli esponenti più autorevoli del sindacato italiano del dopoguerra; rispetto alla maggior parte dei sindacalisti non aveva origini operaie ma contadine, poiché nato in una famiglia di braccianti, il gruppo sociale più numeroso alla fine dell’Ottocento in Puglia.

Di Vittorio, uomo dotato di un grande buonsenso ed una ricca umanità, seppe farsi capire, grazie al suo linguaggio semplice ed efficace, sia dalla classe operaia, in rapido sviluppo nelle città, sia dai contadini ancora fermi ai margini della vita economica, sociale e culturale del Paese. Lui stesso era un autodidatta, entrato nella lotta sindacale e politica giovanissimo, inizialmente come socialista e successivamente come comunista.

Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. L’ elezione a deputato avviene in circostanze alquanto singolari. Condannato dal tribunale speciale fascista a oltre dieci anni di carcere, nel 1925, riuscì a fuggire in Francia dove aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale Italiana del Lavoro nell’Internazionale dei sindacati rossi. Dal 1928 al 1930 soggiornò in Unione Sovietica e rappresentò l’Italia nella neonata Internazionale Contadina per poi tornare a Parigi ed entrare nel gruppo dirigente del PCI.

giuseppedivittorio2Nel 1945 fu eletto segretario della CGIL, che era stata ricostituita l’anno prima con un accordo fra Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi.
L’anno seguente, nel 1946, fu eletto deputato all’Assemblea Costituente con il PCI. Nel 1956 suscitò scalpore la sua presa di posizione, difforme da quella ufficiale del PCI, contro l’intervento dell’esercito sovietico per reprimere la rivolta ungherese.
La fama ed il prestigio di Di Vittorio ebbero largo seguito tra la classe operaia ed il movimento sindacale di tutto il mondo tanto che, nel 1953, fu eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale.

Giuseppe Di Vittorio

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Bracciante povero e autodidatta, cresciuto nel clima infuocato delle lotte agrarie nella sua Puglia, prima sindacalista rivoluzionario e poi comunista critico, Giuseppe Di Vittorio è stato il leader più amato dai lavoratori italiani.

gdv1Giuseppe Di Vittorio nacque a Cerignola, in provincia di Foggia, il 12 agosto 1892.

Già negli anni dell’adolescenza iniziò una intensa attività politica e sindacale; a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista di Cerignola, mentre a 19, nel 1911, passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge; in seguito avrebbe diretto anche la Camera del Lavoro di Bari.


Il sindacalismo rivoluzionario e gli anni del fascismo

gdv2Bracciante poverissimo e autodidatta, partecipò all’esperienza del sindacalismo rivoluzionario e aderì all’USI (l’Unione Sindacale Italiana, nata nel 1912 dalla scissione con la CGdL riformista), ricoprendone dal 1913 la carica di membro del Comitato Centrale. Scoppiata la Grande Guerra, condivise le motivazioni degli interventisti e partì come volontario per il fronte, da dove sarebbe tornato gravemente ferito. Influenzato dall’esperienza della rivoluzione bolscevica in Russia, Di Vittorio guardò con attenzione alla nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921, al quale aderì qualche anno più tardi. Dopo la stretta totalitaria del fascismo, che produsse la cancellazione delle libertà sindacali in Italia e che costò a Di Vittorio alcuni mesi di prigionia (dal settembre 1925 al maggio 1926), nel novembre dello stesso anno venne condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale Speciale; costretto a riparare in Francia, diventò uno dei principali organizzatori della lotta di resistenza antifascista, dapprima come membro del Comitato Centrale del Partito (dal 1928) e quindi come responsabile della CGdL clandestina, di orientamento comunista (dal 1930). Chiusa l’esperienza negativa segnata dalla teoria del “socialfascismo”, comunisti e socialisti si riavvicinarono organizzando i “fronti popolari” contro la grave minaccia del nazifascismo. Nella seconda metà degli anni Trenta, Di Vittorio proseguì la lotta antifascista, combattendo nelle file delle Brigate Internazionali durante la guerra civile spagnola; dal 1937 diresse a Parigi il giornale “La Voce degli Italiani”. Arrestato dalla Gestapo il 10 febbraio 1941, dopo circa nove mesi di carcere fu affidato alle autorità italiane di polizia che lo mandarono al confino a Ventotene, dove sarebbe rimasto fino alla caduta di Mussolini nel luglio 1943.

L’attività sindacale durante il periodo repubblicano

gdv3Tra il 1943 e il 1944, Di Vittorio fu tra i protagonisti della rinascita del sindacato libero e democratico in Italia; insieme a Grandi e Canevari fu uno dei firmatari del Patto di Roma (9 giugno 1944), l’atto ricostituivo della CGIL. Tra il 1944 e il 1948 ricoprì la carica di Segretario Generale della CGIL unitaria fornendo un contributo decisivo alla ricostruzione economica nazionale, alla legittimazione internazionale del Paese e alla elaborazione della Costituzione repubblicana in qualità di Deputato dell’Assemblea Costituente. Mantenne la guida della nuova CGIL anche dopo le scissioni del 1948-1950. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Di Vittorio fu Presidente della FSM, la Federazione Sindacale Mondiale, nonché Senatore di diritto nella prima legislatura (1948-53) e Deputato nella seconda (1953-1957). Tra i suoi atti principali alla guida della CGIL, occorre ricordare l’elaborazione del Piano del Lavoro e la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli errori dell’organizzazione che dirigeva: memorabili rimangono l’autocritica al Comitato Direttivo della CGIL dell’aprile 1955 e la condanna dell’invasione dell’Ungheria nel 1956. Morì a Lecco il 3 novembre 1957, indimenticato protagonista della storia nazionale.

La CGIL di Di Vittorio

L’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori. Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l’unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l’unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere l’interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione.

Su di lui

Bracciante povero e autodidatta, cresciuto nel clima infuocato delle lotte agrarie nella sua Puglia, prima sindacalista rivoluzionario e poi comunista critico, Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil dal 1944 fino alla morte (1957), è stato il leader più amato dai lavoratori italiani, dei quali sapeva interpretare come nessun altro i bisogni e le passioni. Pragmatico negoziatore, nemico di ogni estremismo, con il piano del lavoro (1949) cercò di spingere il movimento operaio sul terreno delle proposte concrete nella fase piè aspra della guerra fredda. Nel 1956 si schierò dalla parte dei lavoratori ungheresi contro i carri armati sovietici e subì per questo un vero e proprio processo nella direzione del Pci. Scrisse di lui Vittorio Foa nel 1991: “Sono passati tanti anni, ma il ricordo di Di Vittorio resta in me fortissimo. Credo di dover riconoscere in quell’uomo il mio solo maestro di politica”.