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Adriano Olivetti ‘spezza’ le nostre certezze, a cominciare dallo stereotipo che vuole gli uomini di azione ben distinti da quelli di pensiero. Olivetti è stato un imprenditore, ma ha creduto molto nel ruolo che la cultura poteva assumere nella sua impresa.
Adriano Olivetti nacque a Ivrea nel 1901. All’età di 23 anni, si laureò in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e partì per gli Stati Uniti, dove apprese le moderne tecniche di organizzazione aziendale che si stavano affermando oltreoceano in quegli anni.
Rientrato in patria, cominciò a lavorare come operaio nella fabbrica di macchine per ufficio di cui il padre era titolare, assumendone la direzione nel 1933.
L’Utopia sociale e la centralità della persona
Nel frattempo maturò la sua opposizione al fascismo e si assestò su posizioni molto vicine a quelle del socialismo liberale di Carlo Rosselli. Poco alla volta sviluppò una sua visione o ‘utopia sociale’ incentrata sul concetto di persona preso in prestito dal filosofo francese Mounier. Secondo questa concezione, favorire la persona equivale a superare l’individualismo utilitaristico, aiutando il singolo a sviluppare le sue potenzialità all’interno di quella rete di solidarietà rappresentata dalla comunità in cui vive. La comunità, a sua volta, è concepita come un’unità politica ed economica che si basa sulla partecipazione democratica dal basso e che, pertanto, non ha la forza impositiva e arbitraria dello Stato, che, secondo Olivetti, deve avere un’impronta federalistica che rispetti le particolarità territoriali.
Attività editoriale e politica
Rifugiatosi in Svizzera dopo essere stato qualche mese agli arresti nel 1943 nel carcere romano di Regina Coeli, Olivetti poté attuare la sua ‘utopia’ nella fabbrica di famiglia e nell’ambiente circostante la città di Ivrea nell’immediato dopoguerra. Nel 1945 scrisse “L’ordine politico della Comunità”, un manifesto teorico in cui Olivetti esprime sue idee. Nel 1946 fondò invece la rivista “Comunità”, a cui affiancò nello stesso anno la casa editrice Edizioni di Comunità, che doveva distinguersi per la pubblicazione nel settore delle scienze umane empiriche (politologia, sociologia, economia) di autori non ancora conosciuti in Italia. Due anni dopo, nel 1948, creò un vero e proprio movimento politico, il ‘Movimento di Comunità’. Olivetti era soprattutto un imprenditore: oltre le attività politiche e culturali, c’era l’azienda. In poco tempo, essa divenne un modello per la qualità della vita e del lavoro dei suoi dipendenti, l’attenzione al territorio circostante, le felici scelte architettoniche e urbanistiche, il design, la ricerca e la sperimentazione e la promozione della cultura all’interno e all’esterno delle mura degli uffici. In questo contesto, la Olivetti divenne la prima azienda mondiale per fatturato e per grandezza nel suo settore, acquisendo fra l’altro imprese come la Unterwood che era stata una delle fabbriche che il giovane Olivetti aveva preso come riferimento nel suo viaggio in America. Presente in tutto il mondo, la Olivetti arrivò a contare quasi quarantamila dipendenti, di cui metà all’estero. Ancora giovane, Adriano Olivetti fu stroncato da un infarto mentre viaggiava in treno verso la Svizzera nel 1960.
Su di lui

La figura di Adriano Olivetti ‘spezza’ le nostre certezze, a cominciare dallo stereotipo che vuole gli uomini di azione ben distinti da quelli di pensiero. Olivetti è stato un imprenditore, ma ha creduto molto nel ruolo che la cultura poteva assumere nella sua impresa. Intellettuale lui stesso, ha assunto nella sua azienda, impiegandoli in settori differenti e a vari livelli, uomini di riconosciuta cultura come Libero Bigiaretti, Luciano Codignola, Franco Fortini, Ottiero Ottieri, Leonardo Sinisgalli, Giorgio Soavi, Paolo Volponi, Ludovico Zorzi e tanti altri ancora. Non li ha ‘utilizzati’ come “fiore all’occhiello”, pensando che potessero giovare all’immagine della sua società, né li ha assunti per fare opera di mecenatismo: Olivetti li ha voluti con sé perché ha pensato che fossero necessari alla macchina per realizzare quel profitto che è lo scopo principale se non unico di un’azienda. D’altronde, il fatto stesso che Olivetti fosse costantemente attento alla qualità del lavoro e della vita di tutti i suoi dipendenti, che ne curasse la formazione offrendo loro strumenti e opportunità nelle ore di lavoro e fuori, faceva parte di un’ampia strategia volta a mettere al centro dell’impresa la persona, in modo da motivarle e gratificare i dipendenti. I risultati anche e soprattutto economici non tardarono a vedersi.

Adriano Olivetti
Chi vuole diventare un imprenditore deve sapere che alla base di ogni scelta imprenditoriale vi è innanzi tutto il desiderio di creare qualche cosa di nuovo, di utile, di differente. Fare l’imprenditore è un mestiere difficile, che, oltre ad una necessaria dote di fortuna, ha bisogno di capacità di affrontare il rischio e tolleranza dell’incertezza, capacità di visione, flessibilità, determinazione e senso pratico. L’imprenditore, inoltre, deve saper trattare con le persone (dipendenti, fornitori, clienti, banche…) sapendo sempre vedere il loro punto di vista.
Se poi siete figli (o figlie) di imprenditori (o professionisti) e ritenete che una buona scelta sia di proseguire l’attività familiare, accertatevi del fatto che questo corrisponda effettivamente al vostro desiderio e ai vostri talenti. Anche se non sarete un imprenditore di prima generazione, vi serviranno sempre qualità imprenditoriali. Poiché un’impresa (e spesso anche uno studio professionale) hanno necessità di più ruoli, riflettete su quale vi sembra faccia al momento più al caso vostro. Una buona cosa, generalmente, è poi quella di passare i primi anni come dipendenti di un’azienda (o studio), diversa dalla propria, meglio se eccellente e/o all’estero. Imparerete modi nuovi per affrontare il business e farete l’esperienza del punto di vista di chi poi dovrete gestire e guidare, in un ambiente meno protetto e in cui potrete sperimentare le vostre qualità.
Adriano Olivetti ‘spezza’ le nostre certezze, a cominciare dallo stereotipo che vuole gli uomini di azione ben distinti da quelli di pensiero. Olivetti è stato un imprenditore, ma ha creduto molto nel ruolo che la cultura poteva assumere nella sua impresa.
Adriano Olivetti nacque a Ivrea nel 1901. All’età di 23 anni, si laureò in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e partì per gli Stati Uniti, dove apprese le moderne tecniche di organizzazione aziendale che si stavano affermando oltreoceano in quegli anni.
Rientrato in patria, cominciò a lavorare come operaio nella fabbrica di macchine per ufficio di cui il padre era titolare, assumendone la direzione nel 1933.
L’Utopia sociale e la centralità della persona
Nel frattempo maturò la sua opposizione al fascismo e si assestò su posizioni molto vicine a quelle del socialismo liberale di Carlo Rosselli. Poco alla volta sviluppò una sua visione o ‘utopia sociale’ incentrata sul concetto di persona preso in prestito dal filosofo francese Mounier. Secondo questa concezione, favorire la persona equivale a superare l’individualismo utilitaristico, aiutando il singolo a sviluppare le sue potenzialità all’interno di quella rete di solidarietà rappresentata dalla comunità in cui vive. La comunità, a sua volta, è concepita come un’unità politica ed economica che si basa sulla partecipazione democratica dal basso e che, pertanto, non ha la forza impositiva e arbitraria dello Stato, che, secondo Olivetti, deve avere un’impronta federalistica che rispetti le particolarità territoriali.
Attività editoriale e politica
Rifugiatosi in Svizzera dopo essere stato qualche mese agli arresti nel 1943 nel carcere romano di Regina Coeli, Olivetti poté attuare la sua ‘utopia’ nella fabbrica di famiglia e nell’ambiente circostante la città di Ivrea nell’immediato dopoguerra. Nel 1945 scrisse “L’ordine politico della Comunità”, un manifesto teorico in cui Olivetti esprime sue idee. Nel 1946 fondò invece la rivista “Comunità”, a cui affiancò nello stesso anno la casa editrice Edizioni di Comunità, che doveva distinguersi per la pubblicazione nel settore delle scienze umane empiriche (politologia, sociologia, economia) di autori non ancora conosciuti in Italia. Due anni dopo, nel 1948, creò un vero e proprio movimento politico, il ‘Movimento di Comunità’. Olivetti era soprattutto un imprenditore: oltre le attività politiche e culturali, c’era l’azienda. In poco tempo, essa divenne un modello per la qualità della vita e del lavoro dei suoi dipendenti, l’attenzione al territorio circostante, le felici scelte architettoniche e urbanistiche, il design, la ricerca e la sperimentazione e la promozione della cultura all’interno e all’esterno delle mura degli uffici. In questo contesto, la Olivetti divenne la prima azienda mondiale per fatturato e per grandezza nel suo settore, acquisendo fra l’altro imprese come la Unterwood che era stata una delle fabbriche che il giovane Olivetti aveva preso come riferimento nel suo viaggio in America. Presente in tutto il mondo, la Olivetti arrivò a contare quasi quarantamila dipendenti, di cui metà all’estero. Ancora giovane, Adriano Olivetti fu stroncato da un infarto mentre viaggiava in treno verso la Svizzera nel 1960.
Su di lui

La figura di Adriano Olivetti ‘spezza’ le nostre certezze, a cominciare dallo stereotipo che vuole gli uomini di azione ben distinti da quelli di pensiero. Olivetti è stato un imprenditore, ma ha creduto molto nel ruolo che la cultura poteva assumere nella sua impresa. Intellettuale lui stesso, ha assunto nella sua azienda, impiegandoli in settori differenti e a vari livelli, uomini di riconosciuta cultura come Libero Bigiaretti, Luciano Codignola, Franco Fortini, Ottiero Ottieri, Leonardo Sinisgalli, Giorgio Soavi, Paolo Volponi, Ludovico Zorzi e tanti altri ancora. Non li ha ‘utilizzati’ come “fiore all’occhiello”, pensando che potessero giovare all’immagine della sua società, né li ha assunti per fare opera di mecenatismo: Olivetti li ha voluti con sé perché ha pensato che fossero necessari alla macchina per realizzare quel profitto che è lo scopo principale se non unico di un’azienda. D’altronde, il fatto stesso che Olivetti fosse costantemente attento alla qualità del lavoro e della vita di tutti i suoi dipendenti, che ne curasse la formazione offrendo loro strumenti e opportunità nelle ore di lavoro e fuori, faceva parte di un’ampia strategia volta a mettere al centro dell’impresa la persona, in modo da motivarle e gratificare i dipendenti. I risultati anche e soprattutto economici non tardarono a vedersi.
Globalizzazione, pur essendo una parola fra le più universalmente ricorrenti, non si presta facilmente a un afferramento esaustivo, per via dei complessi e diversi fenomeni che in essa si raccolgono. Qui abbiamo declinato il discorso sul tema della fluidità, avvalendoci del suggerimento di Zygmunt Bauman, poiché il venir meno di confini, definizioni, certezza nette e inequivocabili appare essere uno dei tratti maggiormente caratterizzanti il mondo globalizzato.
I viaggi di Ulisse e la conoscenza
Ecco l’interpretazione della figura di Ulisse data dai nostri amici della Newton
Ulisse, partito per il viaggio studio all’estero, non fa ritorno a casa della sua Penelope da dieci anni (che nell’era della “velocità”, valgono come venti, almeno)…per fortuna, c’è il telefono…
La Storia
Ulisse, leggendaria figura di Eroe dei poemi omerici, l’Odissea e l’Iliade, è divenuto il simbolo
stesso della volontà di conoscere e di sperimentare credendo nelle proprie capacità e nel
proprio ingegno.
Su Ulisse
Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, così si esprime Ulisse nella interpretazione di Dante Alighieri (Divina Commedia, Inferno, canto XXVI).
Modello di virtù e di sapienza [...] conobbe i costumi degli uomini e soffrì molte asperità nel vasto mare, Orazio descrive in questo modo il protagonista dell’Odissea (Epistole).
Le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza, Cicerone, commentando l’episodio dell’incontro di Ulisse con le Sirene spiega così le scelte dell’eroe mitologico (Sul sommo bene e sul sommo mal).
Al sociologo di origini polacche Zygmunt Bauman si deve l’introduzione di un concetto di larga fortuna nell’attuale sociologia e più latamente nel dibattito culturale attuale, quello di “liquidità”, volto a rendere conto della situazione, ma potremmo dire delle linee e caratteri distintivi della società contemporanea, quella globalizzata in cui soprattutto l’Occidente industrializzato puo’ dire a pieno titolo di vivere. Il termine “liquidità” viene introdotto in opposizione alla precedente società moderna… (continua)
Come è capitato più volte nella storia dell’arte, questa corrente prende il nome da un appellativo spregiativo dato da un giornalista dell’epoca al gruppo rifiutato dalle esposizioni ufficiali. Un appellativo che si spiega con la poetica che sottintende e sostanzia la corrente impressionista, per la quale le impressioni sensoriali, proprio per il loro trascorrere, per la loro natura soggettiva e sfrangiata, sono le più autentiche e fedeli in rapporto al mondo, al mondo di cui per l’appunto facciamo esperienza a partire dalla percezione sensibile…(continua)
La figura di Adriano Olivetti ‘spezza’ le nostre certezze, a cominciare dallo stereotipo che vuole gli uomini di azione ben distinti da quelli di pensiero. Olivetti è stato un imprenditore, ma ha creduto molto nel ruolo che la cultura poteva assumere nella sua impresa. Intellettuale lui stesso, ha assunto nella sua azienda, impiegandoli in settori differenti e a vari livelli, uomini di riconosciuta cultura come Libero Bigiaretti, Luciano Codignola, Franco Fortini, Ottiero Ottieri, Leonardo Sinisgalli, Giorgio Soavi, Paolo Volponi, Ludovico Zorzi e tanti altri ancora. (continua)
Zelig, a cui fra l’altro deve il proprio nome un fortunato programma televisivo, è un film del 1983 del grande regista Woody Allen, girato come fosse un documentario degli anni ’20 sulla vita di un bizzarro personaggio, Leonard Zelig appunto. Costui manifesta la sorprendente capacità di trasformarsi in tutto ciò cui si accosta, quasi fosse un moderno Proteo, cosa che incuriosisce, una volta resa nota la sua storia, milioni di persone in Inghilterra e non solo. In particolare, una giovane psichiatra – Eudora Fletcher – si occuperà del suo caso riuscendo, dopo alterne vicende, a guarirlo e a convolare a nozze con lui, non senza qualche gustoso colpo di scena. (continua)
Questo genere musicale un po’ di nicchia, spesso ignoto al mainstream nazionale alla sua tradizione melodica o anche cantautoriale, rappresenta in verità uno dei punti più alti della nostra musica rock. Sviluppatosi negli anni ’70, vanta tra le sue fila gruppi di notevole spessore come gli Area - con la miracolosa voce di Demetrio Stratos -, Le Orme, il Banco del mutuo soccorso, la PFM… (continua)