Giano

Domande e risposte dal 11/02/2011 al 17/02/2011

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catarsi

valeria, dom 13 febbraio ha scritto:

Ciao Giano,
ho dei seri problemi con la mia tesina. Ho provato e riprovato mille volte, e ne ho anche scritta qualcuna decente, ma mi pare sempre che rimandano troppo impersonali, troppo banali, scontate, perchè non mi convolgevano nel profondo. Allora ho trovato un altro percorso. Partendo dalla mia passione per il teatro, sono giunta al tema della “Catarsi“. in filosofia freud e la catarsi in ambito psicoterapeutico, ma non mi convince troppo. Letteratura greca non è un problema qualcosa troverò sicuramente, ma italiano? teatro= pirandello? In arte l espressionismo, in particolare il gruppo Die Brucke. le sembra un’idea valida, o è meglio abbandonarla e accontentarsi di qualcosa di meno complesso? non vorrei risultassero idee o collegamenti forzati.
grazie anticipatamente

Cara Valeria,
non mi sembra affatto un tema da lasciar cadere, anzi secondo me va sviluppato a partire dai suoi inizi. Mi riferisco cioè alla teorizzazione della catarsi fatta da Aristotele nella “Poetica”  . Una disamina che ha ricevuto le aspre critiche di Nietzsche nell’opera “La nascita della tragedia, in cui egli definisce la catarsi come purga e vede nell’irrompere di questo fenomeno uno dei segni della morte della tragedia attica: il pensatore tedesco infatti riteneva che nella tragedia venisse messa in scena la tragicità della vita nel suo caotico e irrazionale agitarsi, per cui l’effetto catartico, come purificazione dalle passioni, si pone esattamente agli antipodi della visone nietzschiana del tragico, centrata dell’opposizione apollineo-dionisiaco . Per greco non avrai naturalmente problemi a trovare accostamenti, anche se io ti consiglio Euripide. In italiano Pirandello non mi pare appropriato; puoi invece pensare ai futuristi e alla loro idea della guerra come purificazione, catarsi del mondo (e qui puoi agganciarti in storia con il primo conflitto mondiale, visto da molti appunto come una guerra liberatrice) mentre per arte ti segnalo questo articolo sul grande pittore austriaco Egon Schiele .
Ritengo che con questi suggerimenti, uniti ad alcuni degli accostamenti da te fatti, come quello con Freud, il tuo lavoro possa assumere una fisionomia più che accettabile.
Un caro saluto
Giano

criminalità organizzata

gianluca, sab 12 febbraio ha scritto:

mi sono da sempre interessato alla lotta alla criminalità organizzata e a tutto ciò che ne concerne interessandomi anche di politica; quest’anno ho l’esame di maturità e nonostante possa vantare numerose esperienze dirette in questo campo non riesco a trovare un modo per conciliare questa mia passione(pensavo di potermi dedicare a giovanni falcone o anche a saviano)  con una tesina che comprenda: italiano,storia,filosofia,latino,greco penso che i collegamenti con le materie scientifiche siano difficili ma quelle potrei anche portarle senza collegamenti con la tesina..spero tu mi possa aiutare grazie in anticipo!

Caro Gianluca,
mi sembra un bel soggetto per la tesina e ti rimando al mio sito , e anche alla voce giustizia . Un collegamento con filosofia può essere il tema della legalità e della democrazia, con Kant e lo scritto Pace perpetua, dove egli enuncia il principio fondamentale secondo cui “tutte le azioni relative al diritto degli altri uomini la cui massima non è suscettibile di pubblicità sono ingiuste”, cioè che se un’azione è tenuta nascosta ai cittadini è ingiusta, fosse anche lo stesso Stato a farlo. Da qui puoi partire per collegarti alla mafia e alla sua struttura segreta parallela e antagonista alla Stato di diritto e contraria ai principi della democrazia e del principio di eguaglianza e inserire Popper e la sua teoria della democrazia e della società aperta, cioè sempre disponibile a future correzioni. Il legame con italiano può essere Sciascia con il romanzo “Il giorno della civetta” pubblicato nel 1961, quando la mafia veniva difficilmente combattuta a causa dell’appoggio che essa godeva da parte di diversi politici e dall’omertà degli abitanti dei paesi nei quali essa agiva. Si tratta di un “giallo” costruito su un delitto di mafia seguito dall’indagine del capitano Bellodi. Le due personalità più affascinanti ed emblematiche sono appunto quelle del capitano e del Padrino, don Mariano. Il primo rappresenta l’Italia dell’unità, basata sulla giustizia e la libertà, ma anche sul sopruso e lo scarso intervento al Sud; il secondo è portavoce dei valori di un mondo arcaico e feudale, di stampo prettamente mafioso e retto da alcuni capisaldi come la famiglia e l’onore. Da questo romanzo fu tratto anche un film da Damiano Damiani.
Poi certamente il libro di Saviano, Gomorra, anche il film omonimo di Garrone. Per greco Antigone che, come tu sai, è una tragedia che è non solo uno dei punti più alti della letteratura greca, ma anche un momento fondativo della riflessione occidentale sulla giustizia: in essa è tematizzato il dissidio che a volte si crea fra legge etica e legge giuridica. Il nucleo del dramma sofocleo  risiede nello scontro fra due volontà e  due concezioni del mondo: quella di Antigone, fanciulla  fragile fisicamente ma fortissima moralmente, di rispettare le leggi non scritte della natura (phùsis) e quella di Creonte tesa a imporre la forza dello Stato e della legge (nomos). Vedi qui.

E perchè non toccare, in latino, anche la tragedia di Seneca in cui compare (anche se non è centrale come in quella di Sofocle) la figura di Antigone, ovvero “Le Fenicie”?  Per storia un argomento come  i fatti di Portella della Ginestra nel secondo dopoguerra che colleghi anche al film su Peppino Impastato “I cento passi”.  Nel pianoro a metà strada tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in provincia di Palermo, la festa del primo maggio 1947, a cui partecipavano migliaia di persone, fu interrotta da una sparatoria che, secondo le fonti ufficiali, causò 11 morti e 27 feriti. Successivamente, per le ferite riportate, ci furono altri morti e il numero dei feriti varia da 33 a 65; vedi questa pagina.
Ti segnalo questo link dove troverai le poesie scritte da Peppino Impastato, figura che meriterebbe un ricordo da parte tua dato l’argomento che ti accingi ad affrontare.
A presto,
Giano Continua a leggere…

Risorgimento

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“Se per storia politica si potesse parlare di capolavori come di opere d’arte, il processo della indipendenza, libertà e unità d’Italia meriterebbe di essere detto il capolavoro dei movimenti liberal-nazionali del secolo decimo nono: tanto ammirevole si vide in esso la contemperanza dei vari elementi, il rispetto all’antico e l’innovare profondo, la prudenza sagace degli uomini di stato e l’impeto dei rivoluzionari e dei volontari, l’ardimento e la moderazione; tanto flessibile e coerente la logicità onde si svolse e pervenne al suo fine” (Benedetto Croce, Storia d’Europa)

Nascita di una nazione

Nel 1861 si forma il Regno d’Italia: dopo molti secoli di frammentazione statale la penisola è così riunita in un’unica compagine, il cui contorno territoriale viene completato nei dieci anni seguenti con l’annessione del Veneto e di Venezia (1866) e poi del Lazio e di Roma (1870). È un evento rivoluzionario, vissuto in questi termini dai contemporanei, in Italia e all’estero. Questo processo porta a identificare la “nazione italiana” come la comunità di riferimento che fonda le pretese o i progetti di costruzione di uno stato “nazionale italiano”.

Non è né il frutto dell’opera di un uomo solo (Cavour o Garibaldi) né l’effetto esclusivo di una fortunata congiuntura internazionale che induce la Francia di Napoleone III ad aiutare e la Gran Bretagna ad accettare questa importante trasformazione: è piuttosto l’esito di un processo culturale e politico che prende avvio alla fine del XVIII secolo e precisa poi i suoi caratteri nei primi decenni dell’Ottocento.

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Monete coniate durante la Repubblica romana (1849)

Il Risorgimento è il movimento politico-culturale che, in un arco temporale compreso fra il 1796 (discesa di Napoleone in Italia) e il 1870 (annessione di Roma), ha portato alla costruzione di uno Stato unitario italiano.

Gli obiettivi politici del Risorgimento possono essere sintetizzati in tre parole chiave: Unità, Indipendenza, Libertà. Unità contro la secolare divisione in Stati e staterelli: fondata sulla consapevolezza di essere parte di una comunità etnico-linguistica omogenea. Indipendenza dalla storica sottomissione agli Stati stranieri e dai giochi politico-diplomatici delle grandi potenze europee. Libertà come garanzia di democrazia e di partecipazione allo spirito dei nuovi tempi.

Protagonisti: le correnti politico-ideali

Unitari repubblicani, di tendenza liberal-democratica: Giuseppe Mazzini

Unitari monarchici, di tendenza liberal-conservatrice o moderata:

Federalisti, di tendenza liberal-democratica: Giandomenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari

Altri protagonisti: Giuseppe Verdi, Carlo Pisacane, Cesare Correnti

Documenti

Le interpretazioni:
Pagine dal libro di Alberto M. Banti:
Altri documenti:

CronologiaBibliografia

Si ringraziano gli editori Laterza e Bruno Mondadori per aver concesso il permesso di riprodurre alcuni voci o parti di esse presenti nei volumi:

  • Autori vari, Dizionario di politica, a cura di Carlo Galli e Roberto Esposito, Laterza, Roma-Bari 2002
  • Autori vari, Dizionario di storiografia, Bruno Mondadori, Milano 1996
  • Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Edizione Laterza, Roma-Bari 2004

Cesare Correnti

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Cesare CorrentiTra i massimi protagonisti del Risorgimento e dell’età postrisorgimentale, Cesare Correnti (1815-1888) si distinse senza dubbio per spiccate capacità politiche.

La sua opera si svolse anche in campo pubblicistico e nell’analisi puntuale dell’Italia del tempo. Il suo volume L’Austria e la Lombardia, diffuso clandestinamente e anonimo nel 1847, mostrò chiaramente – secondo le parole dello storico Franco della Peruta – “la condizione di umiliante dipendenza del Lombardo-Veneto nei confronti di Vienna” e fu “il più incisivo prodotto di questo tipo di letteratura patriottica”, servendo così non poco allo sviluppo degli avvenimenti quarantotteschi.

Tra il 1848 e il 1859, gli anni della preparazione del riscatto nazionale, Correnti pubblicò Il Nipote del Vesta Verde, un almanacco o “strenna popolare” con cui, si propose di compiere un’attività di apostolato culturale diretta soprattutto agli operai (non per nulla Agli operai è il titolo dell’articolo di presentazione). Prima e dopo, non tralasciò di dedicarsi alla scrittura su vari temi prediligendo tuttavia la polemica politica e l’esame della realtà.

Richiamando “la definizione che molti filosofi danno della bellezza”, usò la formula dell’unità nella varietà per “illustrare” il carattere principale della nostra patria comune, dell’Italia. Era il 1852, ed egli si riferiva essenzialmente alla condizione geografica del paese (qui , fra l’altro, va ricordato che egli sarebbe poi stato, negli anni 1873-79- presidente della società geografica italiana), ma non vi è chi non veda nelle tre parole della formula il segno, magari soltanto embrionalmente presente, di una concezione più ricca e articolata dell’unità nazionale rispetto sia a quella degli unitari integralisti, sia a quella dei federalisti.

Comunque sia, al di là dei su citati, i suoi interessi scientifici pubblicistici si svilupparono anche in altri campi: economico, tecnologico, amministrativo, ecc..). Correnti si distinse nella vita e , nell’opera politica. Due momenti sono importanti e, al tempo stesso, rivelatori del tipo di azione politica correntiana:

a) il 1848 e le cinque giornate di Milano;

b) il 1876, con l’affermazione governativa della Sinistra storica.

Nel primo caso, egli fu il Segretario del governo provvisorio, ma ciò che va sottolineato è la posizione che egli assunse. Diversamente da coloro che auspicavano l’avvento di una repubblica italiana e coloro che erano invece fautori della monarchia, in specie sabauda, egli sostenne che si dovessero lasciare da parte le dispute istituzionali per concentrare tutte le energie nella lotta contro “l’austriaco occupante”, per la liberazione nazionale. L’idea non superò gli ostacoli frapposti dalle opposte fazioni, ma si presento come la più costruttiva iniziativa politica, popolare e patriottica.

Del resto, già negli anni della “preparazione”, aveva mostrato attenzione, tra i pochi, al “moto della plebi campagnole” e, vicino al gruppo dei democratici, si era distinto da questi perché, come avrebbe ricordato più tardi, “io allora deliberatamente mi fissai in pensiero di far concorrere ambedue le forze, e quasi di farle gareggiare spingendo innanzi i ricchi col contrapporre loro perpetuamente l’esempio dei giovani austeri e operosi della segreta democrazia, e disciplinando questi con la speranza di un concorso possente che spianasse la via all’ultima meta”.

Nel 1876 egli, già appartenente da liberale alla Destra storica, si adoperò per creare le condizioni all’avvento della Sinistra al governo dell’Italia. Tra queste condizioni vi furono la costituzione di un raggruppamento parlamentare di “centro” e del suo stretto rapporto con Agostino Depretis. Anzi, a quest’ultimo proposito va detto che Correnti fu l’estensore del famoso “discorso di Stradella”, con il quale Depretis preannunciò la nuova politica. Ma alla base dell’operazione vi fu in Correnti la avversione per gli ostacoli frapposti dalla Destra all’attività riformistica. Da ministro di questa formazione partitica, si era egli stesso impegnato in un importante tentativo di riforma della scuola che avrebbe garantito, se avesse avuto successo, l’educazione delle masse dei giovani analfabeti, e dando un serio contributo alla modernizzazione del Paese. Il tentativo fu fatto naufragare miseramente.

Negli anni successivi, fu ascoltato consigliere oltre a Depretis, dell’altro presidente del Consiglio della Sinistra, Benedetto Cairoli, sostenendo, non sempre in maniera fortunata, idee e progetti innovativi. In effetti, egli si adoperò per ricomporre i contrasti delle varie fazioni e individualità all’interno stesso della coalizione governativa, e per conseguire con intenti unitari le condizioni politiche atte a determinare la realizzazione di progetti economici, di iniziativa internazionale, di sviluppo sociale di novità istituzionali (allargamento del suffragio); e anche in questo caso, tra difficoltà e incomprensioni che gli provocarono sconfitte personali (in una ultima competizione elettorale e fu, nel 1886, nominato senatore).

La sua opera complessiva mostra, però, persino grazie alle difficoltà incontrate, considerevoli capacità politiche e lungimiranza. La sua funzione di mediazione, assunta senza mai abbandonare determinazione nell’intento di attuare i progetti, dapprima di indipendenza e unità della Patria, e poi di una sua rifondazione e modernizzazione, ne indicano la caratura politica e la singolarità nella lotta fra le fazioni. Infatti, nelle battaglie per l’unità nazionale, egli occupò la posizione più costruttiva ed efficace, anteponendo l’interesse più generale della lotta patriottica al conseguimento di risultati particolari di ciascun gruppo. Nella sollecitazione e organizzazione delle forze colse l’esigenza, magari non sempre in maniera coerente, di coinvolgere componenti popolari, cercando di superare così la visione elitaria, allora dominante, dell’impegno politico e avvicinandosi ad abbracciare il pensiero “sociale” dapprima nell’azione risorgimentale e, successivamente, nell’opera di ricostruzione della “nuova Italia”. Da liberale e democratico arrivò ad apprezzare, guardando ai movimenti nascenti al di là delle Alpi, in Europa, il “socialismo politico” e non solo il “socialismo antico…che fu l’ispirazione di tutte le età ….la giustizia e l’amore”, ma quel “socialismo che -come scrisse- chiede la riforma radicale del sistema delle imposte” e altro ancora.

In buona sostanza, Correnti non solo si mosse nel senso del “progresso” legato alla tradizione dei “beni”, ma si applicò coerentemente, a volte con moderazione combattendo gli estremismi, altre volte con determinazione chiamando all’azione, per l’unità dinamica volta a conseguire fattivamente tale “progresso”.

  

(Gianni Cervetti)

Carlo Pisacane

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risorg-29 Pisacane, Carlo (1818-1857). Ufficiale dell’esercito napoletano, nel 1847 andò esule in Francia. Ritornato in patria partecipò alle vicende della stagione rivoluzionaria, che documentò nel saggio Guerra combattuta in Italia 1848-1849. Nel libro, che uscì nel 1851 a Genova dove dopo varie peregrinazioni si era finalmente stabilito, Pisacane affermò con chiarezza che, per essere vincente, la lotta per l’unità e l’indipendenza italiana non doveva essere disgiunta dalla lotta per l’affrancamento sociale delle enormi masse diseredate e in special modo dei contadini.

La concezione federalistica

Avverso alla concezione federalistica di Ferrari (e di Cattaneo), Pisacane rimproverava a Mazzini (con il quale spesso collaborava) il carattere generico umanitario e non coerentemente socialista del suo pensiero: cosa, oltre che sbagliata, inefficace per la riuscita del loro disegno politico. La sua concezione emerge soprattutto dagli Scritti storici, politici militari che redasse nel periodo genovese. A partire da una metafisica materialistica e deterministica (le “idee risultano dai fatti, non questi da quelle”), Pisacane sottolinea ampliamente la priorità logica ed euristica dei fattori economici in seno alla società e in ogni singolo individuo: la libertà è mera chimera se non è prima di tutto intesa come libertà dal bisogno.

Pisacane, comunismo, anarchismo, solidarietà

Conoscesse o no il Manifesto di Marx e Engels, Pisacane intravide le degenerazioni dittatoriali del comunismo. Egli guardò perciò con simpatia all’anarchismo proudhoniano e pensò a una società futura fondata sulla libera associazione e sulla solidarietà fra piccoli produttori. Come ribadirà nel Testamento politico consegnato al giornalista inglese J. White prima di intraprendere, nel 1857, l’infelice spedizione di Sapri (ferito e accerchiato dai borbonici, Pisacane si tolse la vita in seguito al fallimento della spedizione), libertà e associazione (o socialità) lungi dall’essere inconciliabili si rafforzano a vicenda. Come per Proudhon, la libertà degli altri non è un ostacolo ma un aiuto alla realizzazione della propria libertà: l’autogoverno e l’autonomia dei singoli generano di per sé, quando sono realmente intesi, l’organizzazione e l’armonia sociali.

(Corrado Ocone)

Giuseppe Verdi

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risorg-16 Chiunque abbia qualche conoscenza della vita di Verdi sa che essa si intrecciò con quella del suo paese, che il suo nome diventò il simbolo stesso del Risorgimento, che in Italia ‘Viva Verdi!’ fu (e non per mere ragioni politiche o di simpatie filo monarchiche) il più famoso grido rivoluzionario e patriottico; che egli ammirava sia Mazzini che Cavour, sia i democratici rivoluzionari che il re, congiungendo così nella sua persona le diverse correnti che fecero la nazione italiana. Egli visse sempre (per usare la metafora di Hender)in prossimità del centro di gravità della sua nazione, e parlò con i suoi connazionali e in loro nome come nessun altro seppe fare, neppure Manzoni o Garibaldi, di entrambi i quali fu intimo.

Il Nabucco

Si movessero verso destra o verso sinistra, le sue convinzioni erano sempre all’unisono con il sentimento popolare; egli reagiva in maniera profonda e personale a ogni svolta e frangente della lotta italiana per l’unità e la libertà. Gli ebrei del Nabucco erano gli italiani in cattività. Va pensiero era la preghiera nazionale per la risurrezione. Nella Roma rivoluzionaria del 1849, la messinscena della Battaglia di Legnano suscitò scene di eccitazione popolare indescrivibili. Rigoletto, non meno di Don Carlo, della Forza del destino e di Aida, è ispirato da un odio per l’oppressione,la diseguaglianza, il fanatismo e la degradazione dell’uomo. L’inno che Verdi scrisse per Mazzini è soltanto un episodio in un’unica grande campagna. Per mezzo secolo, Verdi fu il simbolo vivente di tutto ciò che nel sentimento nazionale italiano vi era di più generoso e universale.

Isaiah Berlin, Controcorrente (Adelphi)

Giuseppe Ferrari

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risorg-18 Ferrari Giuseppe (1811-1876). Filosofo, storico e uomo politico italiano. In uno sforzo di conciliare scienza e rivoluzione, teorizza l’unità italiana e la federazione europea. Compie studi giuridici e filosofici a Milano e Pavia; tra i suoi maestri figura Romagnosi. Trasferitosi in Francia, segue i fermenti politici con una varia pubblicistica, continuando gli studi attraverso la ricerca e l’attività didattica.

L’unità italiana: il socialismo moderato

Dedica una crescente attenzione alla problematica unità italiana, avvicinandosi al socialismo e schierandosi contro le tendenze moderate, da Balbo a Gioberti, ivi compreso Mazzini: contro la linea mazziniana delle cospirazioni, ritiene inevitabile e pedagogicamente formativa l’insurrezione rivoluzionaria per liberare l’Italia dal giogo austriaco. Assegna alla Francia una missione di civiltà europea, soprattutto con la seconda repubblica nel 1848, a cui Ferrari aderisce con entusiasmo. Dopo il fallimento di quell’esperienza, si impegna in battaglie politico-giornalistiche per la rivoluzione italiana, il cui fine è la repubblica federale, democratica e socialista. ‘Scienza’ e ‘eguaglianza’ costituiscono il fondamento della ‘Rivoluzione’ di cui il ‘povero’ è protagonista (Filosofia della rivoluzione, 1851). L’abbattimento delle due remore storiche per lo sviluppo civile e spirituale dell’Italia – il papato e l’impero – diventa per il Ferrari della Federazione repubblicana (1851) la condizione prima per il rinnovamento e la salvezza italiana. ‘Irreligione’ (scienza contro i dogmi metafisici) e ‘legge agraria’ (limitazione della proprietà privata) sono le basi di un ‘Italia di repubbliche federate, con un’assemblea e un governo nazionali. Rientrato in Italia alla vigilia dell’unità, pur mettendo la sordina al proprio socialismo, persegue anche dagli scranni parlamentari i suoi ideali laici, democratici, federalisti. Si dedica a una precorritrice attività di storico del pensiero politico (Histoire de la raison d’État, 1860; Corso sugli scrittori politici italiani, 1862) e di filosofo della storia e della politica: nella Teoria dei periodi politici (1874) teorizza il susseguirsi di rivoluzioni e reazioni, articolate in un momento positivo e uno negativo. Pur pagando un forte tributo alla ricerca di ‘leggi storiche’ propria del positivismo, Ferrari non rinuncia a rivendicare, con la possibilità dell’errore, la libertà delle scelte degli individui.
(Angelo d’Orsi)

Carlo Cattaneo

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risorg-17 Cattaneo Carlo (1801-1869). Pensatore e uomo politico italiano. Visse principalmente di insegnamento e di un’ attività pubblicistica feconda e diversificata, su argomenti di storia, economia, politica e istituzioni, letteratura, linguistica, filosofia, geografia, agricoltura ecc. Si segnala la creazione, la direzione e per molti numeri la stesura quasi integrale delle due serie della rivista’«ll Politecnico».Benché convinto di non essere adatto alla vita politica, partecipò in più di un’occasione ai moti risorgimentali.

La fiducia nel progresso

L’elemento centrale della riflessione politica di Cattaneo è la salda fiducia nel progresso dell’umanità, ispirata dall’insegnamento di Romagnosi. Si tratta di una concezione non deterministica né materialistica del progresso, che non annulla la libertà umana, non esclude la possibilità di regressi temporanei e rifiuta di ridurre il divenire storico a un’unica legge universale. Postulando la centralità della ragione e della scienza all’interno dello sviluppo progressivo, Cattaneo si ricollega senz’ altro all’Illuminismo, del quale tralascia le componenti più marcatamente metafisiche come il deismo e il meccanicismo. «Più che razionalista», quindi, Cattaneo «fu uomo di ragione» (Bobbio). In generale, Cattaneo avversa il pensiero metafisico in ogni sua manifestazione (le «scale braminiche»), sostenendo la necessità di una filosofia utile, e legata alla vita concreta di un popolo.
Indispensabili al progresso di una società umana sono, secondo Cattaneo, la presenza al suo interno di diverse componenti, interessi e valori, e la possibilità che questi si scontrino liberamente l’uno con l’altro.

Il pluralismo di principii

Cattaneo contrappone i sistemi chiusi e stazionari, fondati su un unico principio, ai sistemi aperti e in movimento, fondati su numerosi principi in competizione l’uno con l’altro; e i sistemi progressivi, all’interno dei quali prevalgono i principi di carattere razionale, a quelli retrogradi, nei quali i principi sono invece frutto della fantasia. A queste dicotomie si aggiunge poi, sovrapponendosi a esse, quella che di fronte alla libertà colloca il potere dispotico, emblema principale delle epoche non progressive, del quale Cattaneo analizza le radici culturali nell’idealtipo del dispotismo sacerdotale e le radici istituzionali in quello del dispotismo militare. Libertà, diversità e competizione sono ideali che Cattaneo applica anche alla vita economica, difendendo di conseguenza la proprietà privata e avversando l’intervento statale, il socialismo e il comunismo. In virtù delle loro capacità espansive, Cattaneo è convinto che ragione, scienza e libertà usciranno vincitrici dalla grande competizione fra principi e sistemi, e che, grazie alla sostanziale uguaglianza della natura umana, tutti i popoli giungeranno infine a goderne.

L’idea federalista e la nazione armata

Dalla persuasione che libertà e diversità siano valori irrinunciabili discende la fede di Cattaneo nel federalismo e nella nazione armata. Uno Stato accentrato deve creare una burocrazia vasta e ramificata, la quale finirebbe per sottrarsi al controllo parlamentare e per trasformarsi in una casta dominante, pregiudicando gravemente la libertà. L’accentramento, inoltre, mettendo gli interessi locali più deboli alla mercè dei più forti, soffocherebbe il pluralismo. La soluzione federalista, invece, alla maniera svizzera o americana, rispetta le diversità e, moltiplicando i centri di potere e le assemblee elettive, garantisce la salvaguardia della libertà: Cattaneo immagina la creazione degli Stati Uniti d’Italia e degli Stati Uniti d’Europa. Come la burocrazia in uno Stato centralistico, anche l’esercito permanente e professionale rischia per Cattaneo di trasformarsi in una casta chiusa e incontrollabile, e quindi in un pericolo per la libertà. In tempo di pace, inoltre, esso assorbirebbe inutilmente una considerevole quantità di risorse, mentre in tempo di guerra sarebbe in grado di mobilitare solo una piccola parte della popolazione. Cattaneo sostiene invece un sistema, che – ispirato a quello svizzero, secondo la formula «militi tutti, soldato nessuno» – prevede l’educazione militare di tutti i cittadini e la loro utilizzazione solo in caso di effettiva necessità.

(Giovanni Orsina)

Gian Domenico Romagnosi

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risorg-30Romagnosi, Gian Domenico (1761-1835). Giurista e filosofo italiano. Si laureò in giurisprudenza a Parma, nella medesima università ove nel 1800 otterrà dall’amministrazione napoleonica il primo incarico di insegnamento. I primi scritti politici, Cosa è uguaglianza (1792) e Cosa è la libertà. Primo avviso al popolo (1793), risalgono agli inizi del decennio trascorso a Trento, come pretore e poi avvocato. Condannato dagli austriaci per alto tradimento, scarcerato dopo quindici mesi, fu per qualche tempo segretario generale del Consiglio presieduto da Pilati. L’opera più significativa del periodo è Genesi del diritto penale (1791, anonima). I due libri aggiunti alla terza edizione (1823) mostrano le sue capacità di innovazione, con una indagine di ispirazione tutta settecentesca (tra i temi maggiori: la pena e il suo ruolo sociale, rilevante anche come bilancio di un dibattito che risaliva a Thomasius).

Il Risorgimento e l’incivilimento

Esposta, come la precedente, more geometrico, l’Introduzione allo studio del diritto pubblico universale (1805) contiene già, accanto ai concetti centrali di utile e di diritto alla felicità, la nozione di incivilimento, poi sviluppata in Dell’indole e dei suoi fattori dell’incivilimento, con esempio del suo risorgimento in Italia (1832). La felicità non è infatti solo autoconservazione, ma perfezionamento economico, morale e politico (diverso dalla perfettibilità illuminista). Alla caduta del regno d’Italia il prestigio conseguito con l’insegnamento alle università di Pavia e Milano e nelle scuole speciali, la partecipazione alla stesura del codice di procedura penale e alla creazione del nuovo diritto amministrativo non bastarono a porlo al riparo dalla reazione.

L’ideale monarchico

In Della Costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa (1815, anonima e clandestina) promosse l’idea di una monarchia costituzionale, con corpi rappresentativi sul modello dell’Impero Romano; tra questi, una “nobiltà civile” che riceve il titolo nobiliare dall’assemblea nazionale. Il sovrano (con mandato della società, sempre revocabile) è l’ “ordinatore” dello stato (una costruzione artificiale) e un protettorato è preposto al controllo di eventuali sue violazioni del diritto: Tre i poteri della società: l’opinione, i beni, le armi. Nella seconda parte (postuma) il tema centrale è ormai l’unità nazionale (Romagnosi conia il termine “etnicarchia” per indicarne la sovranità). Tra i principi della sua “civile filosofia”, la “legge naturale di socialità (non prescrittiva,ma descrittiva, che illustra la tendenza della civiltà all’incivilimento come il suo fine naturale e qualifica la società un dato naturale) e il principio della “stabilità” di una nazione (essa “riposa sulla propria gravità”, e ha una naturale inerzia, quando i diversi interessi sono soddisfatti e i poteri sono limitati). Dedicò prima all’insegnamento privato (fra gli allievi: Cattaneo) e poi (dopo altri mesi di carcerazione, nel 1821) all’attività pubblicistica i suoi ultimi anni, coronati dall’impresa degli Annali Universali di Statistica.

(Carla De Pascale)

Cesare Balbo

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risorg-27 Balbo Cesare (1789-1853). Pensatore e uomo politico italiano. Esponente del moderatismo cattolico in epoca risorgimentale, è uno sei maggiori interpreti di un cattolicesimo liberale e costituzionale (cattolicesimo politico), imperniato sul progetto di edificazione di una “civiltà cristiana” capace di confrontarsi con le sfide della modernità. Pur individuando nel papato un elemento centrale nella “missione d’Italia”, si contrappone allo schema intransigente dominante nella Chiesa del suo tempo.

Le opere politiche

Benché le sue opere politiche, tra le quali spiccano le Lettere di politica e letteratura (1855) e Della monarchia rappresentativa, conservino tracce di un reazionarismo romantico, esse sono per lo più caratterizzate dal tentativo di coniugare il cattolicesimo con le tendenze liberali e nazionali proprie della sua epoca e di leggere il progresso materiale e l’affermazione degli interessi individuali quali vie di affermazione della Provvidenza. La sua dottrina politica, maturata nella prospettiva di un processo di riunificazione italiana a egemonia piemontese, contrappone l’evoluzione riformista, l’unica consona a una civiltà avanzata, alla rottura rivoluzionaria.

Il pluralismo

Caratteristica è la sua concezione moderata del pluralismo, fondata sul principio della legalità e contrapposta tanto al giacobinismo quanto al reazionarismo. Su tali basi Balbo postula l’emarginazione delle ‘estreme’ e l’affermazione di una sana dialettica politica entro le istituzioni rappresentative tra i settori moderati del conservatorismo e del progressismo. Entro il quadro di questo pluralismo fondato su un bipolarismo moderato, rispondente alla semplicità del modello rappresentativo inglese, e dunque sul predominio di due grandi partiti costituzionali, rinnega ogni ipotesi centrista, vedendo in essa un fattore di ambiguità e un veicolo di opportunismo politico.

(Loris Zanatta)

Vincenzo Gioberti

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risorg-19Gioberti Vincenzo (1801-1852). Sacerdote, filosofo e uomo politico italiano. Il pensiero politico di Gioberti, organicamente connesso alla sua ampia e sistematica opera filosofica, a sua volta articolata intorno al principio secondo cui la divina rivelazione è fondamento di ogni civiltà umana, si trova espresso in particolar modo in Del primato morale e civile degli italiani (1843).

Il cattolicesimo liberale

Capofila di quella corrente di pensiero che De Sanctis ha definito «cattolico liberale» (cattolicesimo politico), Gioberti sostiene qui il processo risorgimentale, proponendone quale esito una soluzione neoguelfa e moderata, vale a dire una confederazione degli Stati italiani, divenuti liberali e costituzionali, retta dall’ autorità pontificia. In tal modo, sulla scorta dell’ottimismo suscitato in lui dalle prime misure di riforma adottate da Pio IX, egli si propone di conciliare la tradizione cattolica e monarchica con la moderna aspirazione all’indipendenza della nazione. Negli anni successivi, specie in polemica con l’ordine gesuita, approfondisce la sua riflessione sulla nazionalità, intesa quale principio naturale e prodotto eminente della civiltà cristiana. In tale prospettiva, l’indipendenza nazionale si configura quale salutare realizzazione sul piano civile e politico della nazionalità: tra autonomia dei popoli e indipendenza delle loro istituzioni esiste cioè un nesso inscindibile.

L’idea di Nazione

Al tempo stesso, nella sua riflessione l’idea di Nazione si sorregge sempre sui principi cristiani dell’amore per il prossimo e dell’unità del genere umano. La nazione, in base ad essi, altro non è che un organismo intermedio tra la comunità locale e l’unità universale della specie umana. Animato dal cristianesimo, dunque, il principio di nazionalità perde ogni attributo di sopraffazione e dominio. In tale prospettiva, il papato è individuato quale perno naturale dell’unità e dell’identità nazionali italiane, e l’Italia per la sua unità con il papato, si prospetta quale incarnazione dell’unità organica tra idea di nazione e cristianesimo, quale ‘nazione universale’, sintesi tra particolarità nazionale e universalità della propria vocazione, recuperando una funzione di civilizzazione. Gioberti fonda in tal modo il mito del ‘primato’ italiano: l’Italia ha una «missione» quale «primo motore della civiltà» nel quadro di una «teleologia delle nazioni europee», proprio in quanto «seggio immutabile del Cristianesimo» e nazione cattolica per eccellenza.

Il rinnovamento civile d’Italia e la ‘questione’

La seconda opera maggiore del suo pensiero politico, Del rinnovamento civile d’Italia (1851), riflette la disillusione di Gioberti sulla volontà riformista di Pio IX, nonché il fallimento del suo programma neo-guelfo (184849). In essa propone un nuovo programma politico, che in parte anticipa quello di Cavour, specie laddove Gioberti colloca la soluzione della ‘questione italiana’ entro il contesto più ampio della politica europea e riconosce che quello stesso primato, del quale il papa non aveva inteso farsi carico, spettava piuttosto ai principi sabaudi, che hanno il compito storico di ricondurre a unità, e non più a confederazione, gli Stati italiani, pur sempre sotto l’egida di Roma, capitale spirituale e temporale.
Di sostanziale modernità, nel suo pensiero, è anche la concezione dei partiti politici, la cui organizzazione egli giudica un fattore di progresso nell’ evoluzione degli Stati moderni.

(Loris Zanatta)

Camillo Benso, conte di Cavour

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risorg-28 Cavour, Camillo Benso, conte di (1810-1861). Statista italiano. Nobile proprietario terriero, giunse alla politica attiva solo nel 1847, quando, col Risorgimento, si schierò a favore delle riforme liberali in Piemonte. Fra il 1837 e il 1843 aveva viaggiato a lungo in Francia, Svizzera e Gran Bretagna, ma delle esperienze politiche dell’Europa occidentale lo interessarono fin dal primo momento, più che i risvolti parlamentari, quelli economici e finanziari. In questa prospettiva, egli si sentì attratto soprattutto dall’esperimento della Monarchia di Luglio, che sentiva capace di conciliare lo sviluppo delle private fortune con un regime rappresentativo stabile e moderato. “Sono un onesto justemilieu – avrebbe scritto nel 1833- che desidera, augura, lavora al progresso sociale con tutte le sue forze, ma deciso a non ottenerlo a costo di un sovvertimento generale, politico e sociale”.

Auspicava per l’Italia un percorso analogo a quello della Francia: ”Il risorgimento politico di una nazione –affermava- non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico”.

Le scelte istituzionali ed economiche

E’ vero, d’altra parte, che l’Inghilterra rappresentava ai suoi occhi il paese-guida del progresso e della libertà economica dello stato puro: e ciò si evince dalle posizioni libero-scambiste assunte fin dal 1841-45 sulla scorta dei viaggi e della riflessione sugli economisti classici. Divenuto deputato (1848), poi ministro (dal 1850) e infine presidente del Consiglio (1852-59, 1860-61), Cavour cercò di rispettare le sue convinzioni di fondo: sul versante istituzionale,guardò alla Francia a al Belgio, optando per istituzioni rappresentative moderate e censitarie; sul versante economico,stimolò l’ascesa di una borghesia dei commerci e dell’industria attraverso un liberismo affiancato però da una forte politica d’intervento dello Stato (e qui appare netto il distacco rispetto al modello inglese di riferimento) nel settore delle infrastrutture e dei servizi.

La rapida modernizzazione del Piemonte testimonia il successo del suo liberalismo, di marca più continentale che britannica, attento a guidare con moderazione il trapasso della vecchia élite aristocratica alla nuova società borghese, ma nel contempo pronto a sostenere con decisione i ceti economicamente più avanzati, fautori del costituzionalismo, del libero mercato e del principio di nazionalità (Nazione).

(Roberto Balzani)

Giuseppe Mazzini

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Giuseppe Mazzini (1805-1872), patriota genovese e uomo politico artefice dell’unità d’Italia, si unì alla carboneria quando era ancora studente in giurisprudenza, impegnato in ricerche di storia della letteratura e in un’ attività pubblicistica che non avrebbe più interrotto (iniziò con la collaborazione all’«Indicatore genovese» nel 1828). Arrestato nel 1830, si convinse della necessità di un diverso tipo di organizzazione clandestina. Della carboneria criticò metodi e finalità, contestando la scelta di affidarsi all’ opera di pochi iniziati. Scarcerato, scelse l’esilio trascorrendo la maggior parte della vita tra Svizzera e Francia e, dal 1837, in Inghilterra.

La Giovine Italia e la Giovine Europa

Nel 1831 fondò a Marsiglia la «Giovine Italia», nel 1832 il periodico omonimo e nel 1834 in Svizzera la «Giovine Europa», finalizzata a collegare tra loro le organizzazioni clandestine nazionali (polemica Buonarroti, fautore di una posizione preminente dell’ Alta Vendita di Parigi). Il programma enunciato nell’Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia (recisamente contrario al federalismo) indicava come obiettivi: l’unità e indipendenza della Nazione, da conseguirsi attraverso l’insurrezione armata per bande e la Rivoluzione (azione popolare diretta, in contrapposizione con gli accordi diplomatici fra governi) e l’ordinamento repubblicano (Repubblicanesimo), conformemente alla tradizione italiana (Fede e avvenire, 1835). Mazzini giudicava i monarchi illegittimi detentori della sovranità e, consapevole dell’impossibilità di vie intermedie tra «libertà» e «dispotismo», rifiutava anche la monarchia costituzionale: sovranità nazionale e sovranità popolare coincidono. Si attendeva dalle giovani generazioni «un’opera rigeneratrice», di rottura con il passato, in vista di un progresso che era insieme un «dovere» e una «missione» per i singoli e per l’umanità. Debitore verso il pensiero democratico di Lamennais per quanto riguarda il nesso teologico – politico di Dio e popolo, legittimazione ultima della politica, riprese la nozione di progresso da Cousin e Guizot, ma presto sopravvenne la delusione per la direzione conservatrice da essi intrapresa. Il «problema sociale» era in primo piano nell’Atto di fratellanza della Giovine Europa – fondato sui concetti di libertà, Uguaglianza e umanità (sostitutivo di fraternité, al fine di marcare la distanza dalla democrazia radicale e dal socialismo). Lo stesso per «governo sociale», espressione preferita a «governo democratico» e ritenuta idonea a segnalare le insufficienze della democrazia come mero fatto politico, vuota di contenuti sociali (Dei doveri dell’uomo,1841-60; l’«Apostolato popolare», giornale fondato contemporaneamente alla creazione nel 1840 della Unione degli operai italiani; Agli italiani, e specialmente agli operai italiani,1840;La questione sociale e Agli operai italiani,entrambi 1871), ma anche quelle del materialismo (Pensieri sulla democrazia in Europa, pubblicato dal 1846).

Gli ultimi anni: l’esilio e il Partito d’Azione

Condannato a morte la prima volta nel 1833, Mazzini partecipò e promosse spedizioni e moti insurrezionali e fu più volte arrestato. Nel 1848 fu a Milano (Cenni e documenti intorno all’insurrezione lombarda e alla guerra regia del 1848, 1849) e poi a Roma, ove fece parte del Triumvirato della Repubblica. Caduta questa, riparò fino al 1851 in Svizzera e poi per quindici anni a Londra. Fondò il Partito d’Azione, che svolse un ruolo di grande rilievo nel decennio preunitario. Dopo un breve soggiorno a Genova per preparare con Pisacane la spedizione di Sapri, fece ritorno in Italia nell’imminenza dell’impresa dei Mille e per alcuni mesi lavorò a stretto Contatto con Garibaldi. Nonostante alcuni episodi tattici di rinuncia alla pregiudiziale repubblicana, rimase antimonarchico fino alla fine, restando in esilio anche dopo la creazione del regno. A Londra intanto aveva partecipato nel 1864 alla costituzione dell’Associazione internazionale dei lavoratori (poi Prima Internazionale), con la quale, dominata da Marx e dal suo socialismo, ruppe tuttavia assai presto, proseguendo la polemica anche nel periodo successivo (cfr. gli scritti apparsi nell’ultimo dei giornali mazziniani, la «Roma del popolo», uscito nel 1871).
Rifiutò sempre le amnistie del governo italiano; morì a Pisa, ove si era recato in incognito in casa della famiglia Rosselli.
(Carla De Pascale)

Protagonisti

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Le correnti politico-ideali

UNITARI REPUBBLICANI, di tendenza liberal-democratica.
GIUSEPPE MAZZINI

UNITARI MONARCHICI, di tendenza liberal-conservatrice o moderata.

Corrente laica
CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR

Corrente cattolica o neoguelfa.
VINCENZO GIOBERTI
CESARE BALBO

FEDERALISTI, di tendenza liberal-democratica
GIANDOMENICO ROMAGNOSI
CARLO CATTANEO
GIUSEPPE FERRARI

Altri protagonisti

GIUSEPPE VERDI
CARLO PISACANE
CESARE CORRENTI

Dalla Costituzione della Repubblica Romana, 1849

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Principi
I. La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.
II. Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.
III. La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.
IV. La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità e propugna l’italianità.
V. I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.
VI. La più equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.
VII. Dalla credenza religiosa non dipende 1?esercizio dei diritti civili e politici.
VIII. Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

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Cesare Balbo sul federalismo, 1844

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risorg-22Le confederazioni sono l’ordinamento più conforme alla natura ed alla storia d’Italia. L’Italia, come avverte molto bene il Gioberti, raccoglie da settentrione a mezzodì provincie e popoli quasi così diversi tra sé, come sono i popoli più settentrionali e più meridionali d’Europa; ondeché fu e sarà sempre necessario un governo distinto per ciascuna di tutte o quasi tutte queste provincie. E come in Europa rimasero, salvo le brevi eccezioni, quasi sempre distinte quelle sue divisioni di Britannia, Gallia, Spagna, Germania, Italia e Grecia; così nell’interno della penisola nostra rimasero quasi sempre distinte: la punta meridionale, la valle Tiberina co’ suoi monti e sue maremme, il bel seno dell’Arno, e l’Italia settentrionale divisa o non divisa in occidentale ed orientale; la Magna-Grecia o Regno di Napoli, il Lazio o Roma, l’Etruria o Toscana, la Liguria o Piemonte, la Insubria o Lombardia, con nomi e suddivisioni varie, ma tornanti alle primarie. Ma ei vi son pure somiglianze in queste varietà; unità in queste divisioni, comunanze di schiatte, di lingua, di costumi, di fortune, di storie, d’interessi e di norme tra queste provincie italiane; è una antica e incontrastabile Italia. E quanto men sovente queste comunanze si manifestarono in produrre uno Stato universale italiano, tanto più sovente elle produssero confederazioni or provinciali or nazionali.

(C. Balbo, Delle speranze d’Italia, Le Monnier, Firenze 1855, p.36)

L’Italia e il papa secondo Gioberti, 1843

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risorg-21L’Italia e la Santa Sede sono certo due cose distinte ed essenzialmente diverse, e farebbe opra assurda, anzi empia e sacrilega, chi insieme le confondesse; tuttavia un connubio di diciotto secoli le ha talmente congiunte ed affratellate, che se altri può esser cattolico senza essere Italiano (e sarebbe troppo ridicolo, anche in grammatica, il metterlo in dubbio) non si può essere perfetto Italiano da ogni parte, senza essere cattolico, né godere meritamente del primo titolo, senza partecipare allo splendore del secondo. E se negli ordini prettamente religiosi il Papa non appartiene più all’Italia, che ad un’altra nazione, ed è personaggio cosmopolitico; negli ordini civili egli fu il creatore del genio italico, ed è talmente connaturato con esso, che si può dire con verità l’Italia essere spiritualmente nel Papa, come il Papa è materialmente in Italia, allo stesso modo che, avendo rispetto all’ ordine psicologico, il corpo è nello spirito, come riguardo all’ ordine fisiologico lo spirito è nel corpo. [ ... ] Che se oggi si pensa da molti diversamente, e al parer loro il Papa ha tanto da far collo stato nazionale d’Italia quanto con quello della Cina, ciò nasce dalla debolezza, in cui gl’influssi forestieri hanno condotto il papato, e dal ripullulare che hanno fatto da un secolo in qua gli antichi spiriti dei nominali e dei ghibellini sotto la forma gallicana, gianseniana, cartesiana, volteriana, o sotto l’invoglia del razionalismo e panteismo germanico, suggerite dai medesimi principii, e nate nelle stesse patrie rispettive di quelle prime eresie. E durerà il male, finché si vorrà sostituire una Italia gentile e chimerica all’Italia reale e cristiana, quale Iddio e una vita di diciotto secoli l’hanno fatta; che è quanto dire un’Italia francese o tedesca all’Italia italiana.

Narrazioni patriottiche

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Il primo passo, da questo punto di vista, è costituito da quello straordinario hit narrativo dell’ epoca che sono le Ultime lettere di Jacopo Ortis, di Ugo Foscolo, pubblicate a Milano nell’ottobre del 1802.
Opere o interventi seguenti non faranno che rielaborare, con vigore o con eleganza estetica, nuclei tematici già abbozzati nelle Ultime lettere; e così in Dei sepolcri, carme scritto nel 1806 e pubblicato a Brescia nel 1807, di nuovo esplora il tema del culto delle tombe dei grandi come una necessità civile per l’edificazione di una memoria comunitaria, mentre il discorso di apertura al corso di Eloquenza, tenuto all’Università di Pavia il 22 gennaio 1809 davanti a un pubblico folto ed entusiasta, riafferma la necessità che ci si dedichi finalmente con passione vera ad amare e a narrare la storia d’Italia, delle sue grandezze letterarie, del suo passato splendore.

Alberto Mario Banti – Il Risorgimento Italiano (Editori Laterza)

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Se per la storia politica si potesse parlare di capolavori come per le opere dell’arte, il processo dell’indipendenza, libertà e unità d’Italia meriterebbe di essere detto il capolavoro dei movimenti liberal-nazionali del secolo decimonono: tanto ammirevole si vide in esso la contemperanza dei vari elementi, il rispetto all’ antico e l’innovare profondo, la prudenza sagace degli uomini di stato e l’impeto dei rivoluzionari e dei volontari, l’ardimento e la moderazione; tanto flessibile e coerente la logicità onde si svolse e pervenne al suo fine.

(Alberto Banti presso la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea)

Il dibattito costituzionale tra i patrioti

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L’aria marziale e vivace, che stava né loro volti, la stessa varietà dell’abito, che, non ancora tutto in uniforme militare, additava appunto una truppa civica e dove ciascuno è sull’armi, non perché soldato, ma perché cittadino; l’ondeggiare de’ pennacchi, il concorso degli spettatori ne’ balconi e su le strade, la giornata coverta e non molestata né da sole né da vento o acqua, tutto concorreva ad accrescerne la gioia. Il vario suono delle belliche marce, il veder questa truppa creata ad un tratto quasi un miracolo della libertà, faceva insieme tenerezza e meraviglia. Qual madre non si sentì allora capace di dire, come le Spartane, quando ai figli presentavan lo scudo: «Torna o con questo o su questo»; qual donzella non desiderò, come le Sannitiche, di esser per mano della patria data in premio al più forte? Nuove arie, nuove fisionomie, nuovi volti: cominciamo alfin noi a comprendere con immagini sensibili le descrizioni, che I gli antichi Greci ne lasciarono dell’ aspetto e del contegno de’ loro eroi; quegli eroi, e chi gli descrisse, eran uomini liberi.

(Alberto Banti presso la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea)

Il Risorgimento italiano: il discorso nazionale

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A rilanciarlo, a dargli animo, ad ampliarne i confini interviene un fenomeno di natura non immediatamente politica, che raccoglie l’eredità di Foscolo, di Cuoco, di Alfieri. Succede cioè che – tra 1815 e 1847 – viene prodotta in Italia o all’estero (e in questo caso poi viene fatta entrare clandestinamente nella penisola per aggirare la censura) tutta una serie di opere di natura molto varia – raccolte poetiche, tragedie, romanzi, saggi storici, melodrammi, pitture – che rielabora in vari modi il mito della nazione italiana, della sua storia passata, delle sue vicende recenti, strutturando la narrazione piuttosto coerente e compatta intorno a specifici temi e figure. Succede, poi, che le modalità narrative adottate siano derivate – come stile e almeno come iniziale spunto tematico – dalla coeva produzione letteraria europea di ispirazione romantica, e cioè dalle opere di autori di culto per le giovani generazioni dell’epoca come Schiller, Scott, Byron o Hugo. Infine i testi italiani di ispirazione nazional-patriottica sono il frutto del lavoro di alcune delle menti più brillanti della penisola, come, ad esempio, Giovanni Berchet, Giacomo Leopardi, Silvio Pellico, Alessandro Manzoni, Francesco Domenico Guerrazzi, Massimo d’Azeglio, Giuseppe Verdi e altri ancora, e che le loro opere siano momenti chiave dell’esperienza culturale romantica italiana, come All’Italia o Adelchi, L’assedio di Firenze o Ettore Fieramosca, Le mie prigioni o Giovanni da Procida, Nabucco o I Lombardi alla prima crociata e altre ancora.
Sta di fatto che numerose tra le opere di ispirazione patriottica che vengono prodotte da questi intellettuali sono dei veri bestseller (a volte addirittura e nonostante siano proibite dalla censura), come è il caso delle Poesie di Berchet, che hanno quindici edizioni dai primi anni Venti al 1848, dell’ Ettore Fieramosca di d’Azeglio, che ne ha tredici fra 1833 e 1848, della Francesca da Rimini di Pellico, che ne ha venti fra 1818 e 1848, o delle Mie prigioni dello stesso Silvio Pellico, che ne ha nove dal 1832 al 1848.

(V. Gioberti, Del Primato morale e civile, Bocca, Milano 1938, pp. 39 e 44)

(Alberto Banti presso la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea)


Indagini e tesi più recenti

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Liberato dalle tante retoriche che lo avevano accompagnato per decenni, il Risorgimento è diventato infine oggetto di indagini articolate volte non solo a cogliere il fatto militare e politico, ma a evidenziare i caratteri, i problemi, le grandi questioni di fondo della società italiana dell’Ottocento. Sono fioriti studi sul ruolo degli intellettuali e sulla formazione dell’ opinione pubblica, sulla scuola, sulle condizioni di vita delle classi popolari. E ancora medicina, igiene, demografia costituiscono settori su cui si sono avvertiti i mutamenti di interessi storiografici e metodologici; per non trascurare gli studi di storia costituzionale e amministrativa, quelli sull’emigrazione politica e, infine, quelli che ripropongono, sotto una luce interpretativa nuova, vecchie questioni come quelle del ruolo del Piemonte nei confronti del processo di unificazione. Anche il rapporto tra l’Italia e l’Europa è ora considerato non più esclusivamente in una prospettiva politica o ideologica, ma in quella dei rapporti tra il processo di formazione dell’unità italiana e le grandi trasformazioni in atto nel continente europeo. Il Risorgimento appare così come il processo specifico assunto in Italia dalla rivoluzione borghese, propria delle grandi potenze europee, quali Francia e Inghilterra, pur conservando una serie di caratteristiche originali, primo fra tutti la specificità nazionale.

(Fiorenza Tarozzi presso la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea)