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Barry Lyndon
Per crescita ed evoluzione si puo’ anche intendere la di per sé legittima ambizione a migliorare il proprio status sociale, a scalare posizioni nella scala sociale avvalendosi del proprio talento, delle proprie capacità; quando però una tale ambizione diventa il valore della vita stessa, accade che si ricorra a qualsiasi mezzo pur di raggiungere l’agognata meta., con il rischio che poi la sorte passi a saldare i conti. È quanto avviene nel bellissimo film dei Stanley Kubrick Barry Lindon (1975), tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray Le memorie di Barry Lindon. Redmond Barry è un giovane irlandese, impulsivo e ambizioso, che dopo un duello per motivi passionali è costretto a fuggire dal suo villaggio, deciso a farsi strada nel mondo aristocratico. Una meta esclusiva, che lo conduce a disertare tanto l’esercito inglese quanto poi quello prussiano, ad assistere un elegante baro itinerante fra i più nobili salotti europei fino a sposare la giovane vedova di un anziano nobile inglese, sir Charles Reginald Lyndon, riuscendo così a raggiunge il punto più alto della sua ascesa. Spaventato però dalla prospettiva di poter perdere quanto acquisito, causa l’inimicizia del giovane figlio della sua sposa, tenterà in ogni modo di acquisire un titolo nobiliare dal re in persona. La sua ascesa sociale si rivelerà però non corrispondente a una maturazione del carattere, a un ingentilimento dei costumi, a una maggiore civiltà nei comportamenti: sbertucciato dal suo figliastro, reagirà picchiandolo con inusitata violenza di fronte a una riunione di nobili in casa sua. Di lì in poi, inizierà un’irrimediabile caduta delle sue fortune, culminata con la morte accidentale del suo figlio legittimo, che lo ricondurrà, stanco e mutilato, alla vecchia occupazione del gioco d’azzardo, senza aver più però la necessaria compagnia della buona sorte. Sulle splendide note della Sarabanda di Händel, motivo dominante e timbro dei momenti più intensi, il film presenta una meravigliosa scenografia, nonché una cura maniacale ai costumi e alle movenze della società aristocratica settecentesca, tanto che alcune delle inquadrature sembrano ricordare dipinti di Watteau e Hayez. Una meraviglia e uno spettacolo già soltanto per lo sguardo.
Cast away
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Robinson Crusoe, il personaggio letterario creato da Defoe, ha influenzato anche le sceneggiature cinematografiche, perciò al cinema ci imbattiamo in protagonisti tenaci e impavidi che per casualità o per scelta personale vivono in solitudine esperienze al di fuori della società civile.
Secondo i critici il caso recente più emblematico è quello di Cast Away, film girato nel 2000 negli Stati Uniti da Robert Zemeckis e interpretato magistralmente da Tom Hanks.
Il protagonista Chuck Noland (Tom Hanks) ingegnere per una nota azienda di spedizione merci, viaggia spesso per lavoro. In uno di questi viaggi a causa di un incidente aereo, si ritrova su un’isola disabitata. Scoprendo di essere l’unico sopravvissuto alla sciagura, dovrà affrontare, come Robinson Crusoe, le problematiche di una vita in totale solitudine (l’unico suo “amico” è il pallone “Wilson” trovato tra i pacchi che stava trasportando), dove gli unici aiuti saranno quelli forniti dal suo ingegno e dagli oggetti trovati sulla spiaggia, provenienti dall’aereo. Dopo alcuni tentativi di fuggire dal suo isolamento, riuscirà a tornare a casa mediante una zattera, avvistando, nel suo ultimo e riuscito tentativo, una nave che lo porterà in salvo dopo quattro anni. Tornando alla vita di tutti i giorni, con un equilibrio psicologico intaccato dalla dura esperienza, deve affrontare i cambiamenti avvenuti in sua assenza. Come se l’avventura sull’isola gli avesse fornito gli strumenti per affrontare le “vere” prove della vita.
Alcune citazioni di questa indimenticabile pellicola:
- Devo continuare a respirare, perché domani il sole sorgerà, e chissà la marea cosa può portare. (Chuck Noland)
- Non commettiamo il peccato di voltare le spalle al tempo. (Chuck Noland)
- Scusa Wilson, scusami Wilson, scusami ma non ce la faccio. (Chuck Noland)
Into the wild
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Giano vi propone anche un film molto significativo, diretto da Sean Penn: Into the wild(2007). La pellicola racconta la vera storia di Christopher McCandless secondo una libera trasposizione del libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme. Il protagonista, interpretato da Emile Hirsh, è un giovane benestante che rinuncia a tutte le sue sicurezze materiali per immergersi all’interno della natura selvaggia dell’Alaska.
Soprattutto è una figura tormentata che non viene dipinta né come giovane avventuriero né come idealista ingenuo.
Tutte le persone che Chris incontrerà lungo il suo peregrinare oltre a colmare un vuoto familiare, fonte di profonde sofferenze, amplificano l’idea di un percorso a stadi funzionale a liberarsi da qualsiasi dipendenza da ogni tipo di comfort e privilegio. L’acquisizione della saggezza avviene quasi per osmosi attraverso la spontaneità e la profondità degli incontri fatti. I temi che ricorrono sono: la fuga ma soprattutto quello dell’inseguimento di un qualcosa che conduca alla conoscenza di sé. Pura celebrazione della libertà e della ricerca della libertà, nel lavoro registico, Penn gioca di forti contrasti alternando gli ampi e suggestivi spazi paesaggistici al senso di vuoto del ragazzo che risulta essere una sorta d’estensione dell’enormità della natura. Solo al termine della sua evoluzione comprenderà che non è in solitudine che si trova la felicità ma nella condivisione.
La necessità di partecipare alla vita e di comunicare con gli altri è per l’uomo imprescindibile dalla vita stessa. Probabilmente anche Chuck Noland e Robinson Crusoe hanno costruito dei “compagni” di viaggio per via di questa esigenza fortemente presente nella natura umana.



