La grande Vienna
In questa città, che fu chiamata la Grande Vienna, si incrociò il vecchio e il nuovo: la fedeltà alla tradizione e l’arroganza delle secessioni tra le memorie di un passato in estinzione e grandi novità. Qui s’incontrarono S. Freud, A. Schönberg, A. Loos, O. Kokoschka, E. Mach, E. Musil, L. Wittgenstein, G. Mahler, G.Klimt, O. Wagner e tanti altri che avvertirono i segni del dissolvimento di un’epoca e contribuirono a rivoluzionare l’ architettura, la musica, la filosofia, la scienza, la medicina, la letteratura, il teatro…
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The Great Wien

uno scorcio di Vienna
La cultura che lì nacque è, o almeno sembra a tutta prima, la nostra stessa cultura ai suoi primi passi, ovvero il ‘modernismo’ dell’inizio del sec. XX.
Ma questa stessa “ricchezza culturale si è rivelata poi, il sintomo più eloquente di un tragico e grande disorientamento, quasi il preannunzio di quella crisi che con le due guerre mondiali porterà alla distruzione del primato, due volte millenario, dell’Europa sul resto del mondo”1.
Il declino dell’Austria, della civiltà asburgica, fu vissuta dai sudditi di Francesco Giuseppe con un misto di rassegnazione e incredulità. (segue)
La Rivoluzione intellettuale
Robert Musil nel XV capitolo (Rivoluzione intellettuale) del suo capolavoro “L’uomo senza qualità“, ambientato nella Vienna fin de siècle, analizza quel periodo in modo critico e nostalgico:
“Dalla mentalità liscia come l’olio degli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo era insorta improvvisamente in tutta Europa una febbre vivificante. Nessuno sapeva bene cosa stesse nascendo; nessuno avrebbe potuto dire se sarebbe stata una nuova arte, un uomo nuovo, una nuova morale o magari un nuovo ordinamento della società. Perciò ognuno ne diceva quel che voleva. Ma dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato. In ogni luogo compariva improvvisamente l’uomo che ci voleva; e, cosa assai importante, uomini pieni d’intraprendenza pratica s’incontravano con uomini pieni d’intraprendenza spirituale.
Fiorivano ingegni che prima erano stati soffocati o non avevano mai partecipato alla vita pubblica. Erano diversissimi tra loro e il contrasto tra i loro scopi non avrebbe potuto esser maggiore. Si amava il superuomo e si amava il sottouomo; si adorava il sole e la salute, e si adorava la fragilità delle fanciulle malate di consunzione; si professava il culto dell’eroe e il culto socialista dell’umanità; si era credenti e scettici, naturisti e raffinati; si sognavano antichi viali di castelli, parchi autunnali, peschiere di vetro, gemme preziose, hascisc, malattie, dèmoni, ma anche praterie, sconfinati orizzonti, fucine e laminatoi, lottatori ignudi, rivolte degli operai schiavi, primi progenitori dell’uomo, distruzione della società.
Certo erano contraddizioni e gridi di guerra molto antitetici, ma avevano un afflato comune; chi avesse voluto scomporre e analizzare quel periodo avrebbe trovato un non senso, qualcosa come un circolo quadrato fatto di ferro ligneo, ma in realtà tutto era amalgamato e aveva un senso baluginante.
Quell’illusione , materializzata nella magica data della svolta del secolo, era così forte che gli uni si gettavano entusiasti sul secolo nuovo e ancora intatto, mentre gli altri si attardavano nel vecchio come in una casa dalla quale bisognava tuttavia traslocare, senza però che i due atteggiamenti apparissero molto diversi.”


