La fine di un epoca
Il declino dell’Austria, della civiltà asburgica, fu vissuta dai sudditi di Francesco Giuseppe con un misto di rassegnazione e incredulità. Avvertirono la fine dell’impero e il crollo di un mondo e dei suoi valori nei quali credevano da generazioni e che li avevano protetti e resi sicuri sotto l’ala protettrice del loro imperatore.
“Al giorno d’oggi – scriverà, qualche tempo dopo, J. Roth nel romanzo La Marcia di Radetzsky - i concetti di onorabilità sociale familiare e personale sono residui come talvolta ci sembra, di leggende puerili e indegne di fede. A quel tempo invece la notizia della morte del suo unico figlio avrebbe scosso un capitano distrettuale austriaco meno di quella di un atto disonorevole compiuto dal medesimo”. Ma l’atmosfera che si respirava, nella Felix Austria della borghesia e aristocrazia, non era quella che precede la catastrofe, di cui non si aveva consapevolezza, ma per molti aspetti frivola e operettistica, raccontata, amplificata e tramandata attraverso “la narrativa, il teatro la musica che crearono il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina.” 2

